A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Mozia, un'isola da scoprire

Mozia, un'isola da scoprire

Oggi Isola di San Pantaleo, dal nome che le diedero i monaci che vi abitarono in epoca medioevale, la storia di “Motya” ha radici antiche. Risalgono all’VIII secolo a.C., quando i fenici vi si insediarono per disporre di un avamposto strategico, ritrovandosi ben presto una prosperosa colonia, centro di produzione e distribuzione di importanza nevralgica per i fiorenti scambi commerciali con le colonie greche.

Circondata dalle acque basse della laguna dello Stagnone, fra Trapani e Marsala, la ridente città di Mozia faceva così invidia a cartaginesi e siracusani da essere rasa completamente al suolo da Dionisio il tiranno e “dimenticata”, insieme alla sua civiltà operosa. La riscoperta nel XX secolo dell’avamposto fenicio porta il nome dell’inglese Whitaker, la cui famiglia si era stabilita in Sicilia per avviare un fiorente commercio di vino Marsala.

È di pochi giorni fa, invece, la bella notizia della scoperta a Mozia di un intero quartiere di età fenicio-punica con la segnatura di abitazioni, strade e mura perimetrali, individuato attraverso prospezioni geofisiche da parte di un team dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), in collaborazione con la missione archeologica della Sapienza Università di Roma, la Sovrintendenza ai beni monumentali e ambientali di Trapani e la fondazione Whitaker.

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Un complesso sistema di strade, mura, pavimenti, abitazioni, strutture rettilinee e curvilinee di un antico quartiere nascosto sotto i vigneti, nell’area a sud-ovest del Tophet, il santuario a cielo aperto dove anticamente venivano praticati sacrifici e sepolture, messo in risalto con magnetometri e georadar e fatto conoscere al mondo in un articolo pubblicato sul prestigioso Journal of Applied Geophysics.

Lo studio consente di formulare alcune ipotesi sulla popolazione di Mozia al tempo del suo massimo splendore (IV-V secolo a.C.)", ha sottolineato Domenico Di Mauro, ricercatore dell'INGV. "A differenza di  quanto stimato dagli storici nel secolo scorso, che calcolavano il numero di abitanti intorno alle quindicimila unità, si è potuto quantificare un numero non superiore alla decina di migliaia".

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Ottimo esempio di applicazione delle metodologie di indagine geofisica in ambito archeologico, questo sistema portatile di rilevamento è in grado di individuare resti non ancora rinvenuti “leggendo” il contrasto fra le caratteristiche magnetiche, elettriche ed elettromagnetiche dei materiali e quelle del terreno circostante, e producendo mappe e immagini puntuali di quel che l’occhio umano ancora non può vedere.

 

Fonte Redazione ResearchItaly
Data pubblicazione 05/05/2014