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Campus Bio-Medico Roma, Sla: nuove speranze con stimolazione cerebrale

Campus Bio-Medico Roma, Sla: nuove speranze con stimolazione cerebrale

Una riduzione nella velocità di progressione della SLA - Sclerosi Laterale Amiotrofica è stata osservata in pazienti trattati con metodiche innovative di stimolazione cerebrale. Lo rivelano i ricercatori dell'Università Campus Bio-Medico di Roma sulla prestigiosa rivista scientifica Brain Stimulation in uno studio preliminare realizzato in collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore.

La sclerosi laterale amiotrofica è una malattia neurodegenerativa che colpisce i neuroni motori del sistema nervoso centrale ubicati nella corteccia, nel tronco encefalico e nel midollo spinale, causando deficit progressivi a tutte le funzioni motorie e vitali, dalla camminata al linguaggio, dalla deglutizione alla respirazione. Tristemente nota per avere colpito diversi calciatori professionisti, non dispone ad oggi di terapie in grado di rallentare significativamente la sua evoluzione.

I ricercatori hanno da tempo orientato le loro indagini allo studio del glutammato, il principale neurotrasmettitore eccitatorio utilizzato dalle cellule nervose, notando che una quantità eccessiva di questa molecola può determinare effetti tossici che alla fine portano alla morte delle cellule interessate.

Le prime sperimentazioni che hanno tentato di ridurre la risposta dei neuroni al glutammato utilizzando tecniche di stimolazione magnetica transcranica, condotte dal gruppo di ricerca del professore Vincenzo Di Lazzaro, oggi responsabile dell'Unità di Ricerca di Neurologia, Neurofisiologia e Neurobiologia di UCBM, si erano mostrate promettenti, aprendo la strada a nuove ricerche.

Ma l'osservazione che ha alimentato maggiori speranze nei ricercatori è stata quella condotta su un singolo caso, trattato in modo innovativo. Il paziente, medico di professione e malato di SLA, si è reso infatti disponibile, con grande generosità, per una sperimentazione dai risultati altamente imprevedibili, più invasiva e più rischiosa rispetto alla stimolazione magnetica transcranica.

"Nel paziente - spiega Di Lazzaro - è stato effettuato l’impianto di un elettrodo sulla superficie del cervello, in corrispondenza dell’area responsabile del movimento e collegato ad un pace-maker in grado di modulare l’eccitabilità cerebrale in maniera continuativa. Dopo un periodo prolungato di stimolazione, si è osservata una netta riduzione della progressione di malattia con un peggioramento che, pur non essendosi arrestato, è stato estremamente più lento di quanto fosse prevedibile. Per quanto una singola osservazione abbia un valore molto limitato nel valutare l’efficacia di nuove terapie, per cui è richiesta la dimostrazione degli effetti positivi in grandi numeri di pazienti – prosegue il ricercatore romano –, i risultati di questo studio appaiono alquanto sorprendenti. Il medico aveva cominciato a presentare i primi sintomi all’età di 56 anni. Prima dell’inizio della stimolazione la malattia aveva una progressione talmente rapida da far prevedere una sopravvivenza non superiore a tre anni. Oggi, a distanza di 13 anni dall’inizio della malattia, il medico è ancora in vita, pur necessitando di una ventilazione assistita".

Fonte UCBM
Data pubblicazione 17/07/2017
Tag Scienze della vita
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