A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Beni culturali, l’innovazione passa dallo studio dei marmi dell’antica Hierapolis

Beni culturali, l’innovazione passa dallo studio dei marmi dell’antica Hierapolis

In che modo è possibile valorizzare oggi la ricerca archeologica, integrando le conoscenze del passato con i saperi e gli obiettivi del presente?

Esempi e spunti innovativi in tal senso arrivano dal progetto Marmora Phrygiae - Metodologie interdisciplinari per la conoscenza e la conservazione, finanziato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca con il programma Firb-Giovani Futuro in Ricerca 2012, i cui risultati sono stati recentemente illustrati presso la sede centrale del Consiglio Nazionale delle Ricerche-CNR di Roma. 

Il progetto, durato quattro anni, ha messo al centro lo studio dei cantieri antichi, soffermandosi sulle strategie di approvvigionamento dei marmi utilizzati per la costruzione degli edifici di una città ellenistico-romana dell’Asia Minore: Hierapolis di Frigia, situata nella provincia di Denizli, in Turchia

Coinvolti i ricercatori di tre istituti del CNR – l’IBAM-Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali, l’IGAG-Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria e l’ICVBC-Istituto per la Conservazione e Valorizzazione dei Beni Culturali – e del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università del Salento.

Coordinato da Giuseppe Scardozzi, il progetto di ricerca è stato condotto nell’ambito della Missione archeologica italiana di Hierapolis diretta da Francesco D’Andria, dell’Università del Salento. I risultati sono confluiti in una voluminosa pubblicazione a cura di Giuseppe Scardozzi e di Tommaso Ismaelli

Come “detective del passato”, gli studiosi hanno investigato la provenienza dei materiali lapidei utilizzati a Hierapolis tra l’epoca ellenistica e quella bizantina. Attraverso ricerche sul territorio, hanno localizzato le principali cave di marmo presenti nelle aree limitrofe alla città, in uso nell’antichità, analizzandone campioni di materiali. Parallelamente, hanno campionato tutti i monumenti di Hierapolis, per attribuire, infine, il marmo impiegato nei diversi edifici urbani alle singole località di estrazione e distinguerlo dalle varietà importate. 

“Rispetto ad altre ricerche fatte in passato sull’approvvigionamento di materiali lapidei dei cantieri nelle città antiche, in questo caso c’è stato un approccio globale allo studio delle cave e fortemente approfondito nell’analisi dei materiali architettonici di cui viene determinata la provenienza”, ha spiegato Giuseppe Scardozzi. 

Dall’indagine è emerso che, a differenza di quanto sostenuto in passate ricerche, i marmi impiegati a Hierapolis per la maggior parte provengono da cave del territorio, mentre solo in pochi casi sono stati importati. A questa conclusione i ricercatori sono giunti analizzando una grande quantità di cave e un’ampia varietà di manufatti architettonici, in uno sforzo scientifico di grande rilievo.

I ricercatori hanno inoltre studiato l’organizzazione dei cantieri antichi, indagandone gli aspetti progettuali e costruttivi, i tempi, i costi e la manodopera, le condizioni giuridiche e le committenze: un filone di ricerca, questo, utile a ricostruire le dinamiche sociali ed economiche connesse alla realizzazione dei monumenti del passato. 

Decisivo l’apporto di strumenti e approcci disciplinari diversi. Le ricerche, infatti, sono state condotte integrando le competenze di archeologi, topografi antichisti, storici dell’arte, architetti, informatici, esperti di diritto romano, geologi, geochimici, geofisici, ingegneri, chimici. 

Proprio le indagini chimico-fisiche hanno consentito, per esempio, di identificare i meccanismi responsabili di diverse tipologie di degrado del patrimonio, e mettere, così, a punto protocolli per il restauro conservativo di alcuni manufatti architettonici. 

Oltre all’innovativa metodologia impiegata, strettamente interdisciplinare, il progetto si distingue per la scelta di pubblicare, in modalità open access e open source, i dati e le analisi frutto delle attività di ricerca, mediante la piattaforma Marmora Phrygiae. 

Nato come una mezzo di lavoro a uso interno, utile per la condivisione delle analisi tra le varie unità di ricerca, il database è ora diventato uno strumento a disposizione della comunità scientifica, da cui partire per verificare i risultati del progetto e riutilizzare i dati. Una buona norma, quella di rendere disponibili i dati di ricerca, soprattutto per progetti come questo, finanziati con fondi pubblici. 

Fonte ResearchItaly
Data pubblicazione 01/06/2018
Tag Cultural Heritage