A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Verso un nuovo umanesimo, grazie ai robot. Intervista a Roberto Cingolani

Verso un nuovo umanesimo, grazie ai robot. Intervista a Roberto Cingolani

iCub è capace di imparare e di sorridere, come un bambino. Plantoid può crescere nel terreno, come una pianta. Entrambi però, anziché di cellule e tessuti, sono fatti di circuiti, bulloni e sensori. Tra i robot più avanzati al momento disponibili, queste macchine sono il frutto del lavoro di ricerca e innovazione dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT): centro di eccellenza con base a Genova.

Un istituto giovane – l’età media del personale è di 34 anni – e di respiro internazionale – quasi la metà dei ricercatori proviene dall’estero – impegnato in attività che spaziano dalla robotica all’energia, dai nuovi materiali alle scienze cognitive, dalla salute alla fotonica. Tra i settori di punta dell’Istituto c’è proprio la robotica ispirata alla biologia, volta alla progettazione di macchine simili a organismi viventi. Ma simili quanto e...perché? Lo abbiamo chiesto a Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’IIT. 

Direttore Cingolani, da secoli l’uomo sogna di realizzare macchine dotate di intelligenza, un obiettivo che oggi sta diventando realtà. Ne è un esempio iCub, il cucciolo di robot sviluppato dall’IIT: una macchina umanoide dotata di alcune abilità simili a quelle di un bambino, come esprimere emozioni, tenersi in equilibrio o imparare. Sta cadendo il confine che separa l’intelligenza umana da quella artificiale?

Io mi sono fatto un’idea un po’ diversa, da nanotecnologo che poi è entrato nell’area della robotica umanoide, con una comunità di robotici professionisti. Mi piacerebbe che si facesse una distinzione fra l’intelligenza dell’essere umano che è anche, ma non solo, algoritmica – nel senso che in alcuni casi noi facciamo i conti – e l’intelligenza di una macchina, che è sempre il frutto di un calcolo molto veloce.

La macchina è in grado di decidere, quindi di avere una forma di intelligenza decisionale come la nostra, ma è fondamentalmente basata su algoritmi. Dobbiamo darle delle leggi, dei confini, ed entro queste regole la macchina fa i suoi conti e decide che fare. L’uomo ha una cosa in più: ha l’apparato biochimico, gli ormoni. Gli ormoni sono “pensati” per darci super-prestazioni: in alcuni momenti ci rilassano molto, in altri ci rendono più forti, aggressivi o emotivi, e lì nasce la creatività, l’emozione o l’ispirazione per scrivere una poesia o per esprimere un moto di rabbia. Dunque, la nostra intelligenza algoritmica, cioè quella di natura computazionale – che se vogliamo è dello stesso tipo di quella delle macchine – è costantemente in conflitto o accompagnata da quest’altra forma più irrazionale di intelligenza, che le macchine non possono avere. Anche se somministrassimo loro degli ormoni, infatti, questi non avrebbero alcun effetto sulle macchine, perché gli ormoni sono fatti per gestire i muscoli e l’apparato nervoso, non rotelle, molle o bulloni.

La fantascienza ha raccontato diversi scenari possibili in cui uomini e robot convivono gli uni accanto agli altri. Nella realtà, quanto è prossimo il futuro basato sulla convivenza tra uomini e macchine e come possiamo immaginarlo?

Se pensiamo che al momento tutta la produzione industriale è fatta da robot, ci accorgiamo che questo già succede. Il punto è che gli oggetti di questo sistema di automazione e produzione che ci circonda non sono antropomorfi. Il prossimo passo è pensare che avremo oggetti personali, come i telefonini, in grado però di attuare movimento e che un po’ ci assomiglino. Perché devono assomigliarci? Perché sono pensati per aiutarci nel nostro ambiente umano, domestico. Allora devono avere le dita come noi, per schiacciare i pulsanti o girare le padelle, il bacino per sedersi nell’auto, le gambe e i piedi per premere l’acceleratore. Vogliamo macchine come noi perché vogliamo cambiare la realtà a misura nostra, perciò abbiamo bisogno di robot che usino le cose che usiamo noi.

Io credo però che questo passaggio non rappresenti un grande salto culturale, ma solo una transizione incrementale. Già oggi, infatti, la nostra vita quotidiana è costantemente accompagnata da dispositivi tecnologici come i telefonini. Al punto che quando li dimentichiamo ci sembra di essere usciti di casa nudi...

I robot antropomorfi che verranno, dunque, potranno prendere il nostro posto nelle attività lavorative. Un traguardo, questo, auspicato da alcuni, temuto da altri. C’è da preoccuparsi?

I robot potranno sostituirci sicuramente nelle attività pericolose o in quelle troppo faticose. Secondo me, però, coloro che temono una perdita di lavori a causa delle tecnologie non guardano alla storia. Anche in passato, quando è comparsa la macchina da stampa è scomparso l’amanuense, quando è comparsa la ruota è scomparso la figura del tagliatore di tronchi. È chiaro però che c’è sempre un’evoluzione del lavoro che va di pari passo con l’evoluzione tecnologica. Guardiamo alla società digitale: è scomparso lo stampatore con le formelle di piombo, il tipografo, però è nato un nuovo mestiere. Non credo che in futuro avremo più disoccupati di prima, anche perché i robot apriranno nuove manifatture, nuova assistenza tecnica: il punto è che bisogna essere in grado di cambiare.

E poi, tempo fa ho sentito un argomento che mi è piaciuto molto. In risposta a chi chiedeva se in futuro tutti i lavori potranno essere svolti da macchine, un esperto di una grande azienda del settore ICT ha risposto che anche se sarà così non c’è da preoccuparsi, perché in questo caso potremo lavorare 20 ore a settimana anziché 36 e dedicare più tempo ai nostri figli. Mi è piaciuta questa risposta, perché apre le porte a un recupero dell’umanesimo...

La ricerca in robotica non si limita allo sviluppo di umanoidi. L’IIT, per esempio, è impegnato in diversi campi di ricerca che spaziano dallo sviluppo di protesi alla progettazione di robot ispirati a organismi animali e addirittura vegetali. Quali sono i benefici più evidenti e più prossimi di queste tecnologie?

Io metto al primo, al secondo e al terzo posto l’assistenza agli esseri umani. Un ambito in cui faccio rientrare l’esplorazione dello spazio, le prestazioni aumentate, gli esoscheletri per chi lavora negli ambienti gravosi, la sostituzione dell’uomo dove c’è un pericolo, per esempio in un ambiente contaminato, l’aiuto in casa per i bambini e gli anziani, l’assistenza in ufficio. Diverse altre cose crescono a corollario, come lo studio dell’intelligenza artificiale o lo sviluppo di nuovi materiali, ma io credo che il nostro primo obiettivo sia sostanzialmente l’aiuto all’essere umano.

 

Data pubblicazione 25/11/2015