A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Speciale Spazio. 30 anni di storia: intervista a Luciano Guerriero, primo presidente ASI

Speciale Spazio. 30 anni di storia: intervista a Luciano Guerriero, primo presidente ASI

L’Italia è oggi tra i principali paesi leader, a livello mondiale, nel campo spaziale: un settore di ricerca e sviluppo tecnologico con un impatto diretto sulle nostre vite. Momento fondamentale di questo percorso è la nascita, nel giugno 1988, dell’Agenzia Spaziale Italiana. In occasione delle celebrazioni di questo trentennale, abbiamo intervistato il primo presidente dell’ASI, Luciano Guerriero. 

Si celebra in questo periodo il trentennale dell’Agenzia Spaziale Italiana. In quale contesto nasce l’ASI? 

Negli anni ’70 l’Italia già operava nello spazio, grazie a figure come Broglio (Luigi, pioniere del settore spaziale in Italia, n.d.r.), o a collaborazioni come Sirio, satellite di grandissimo successo, in cui per la prima volta ci si è messi assieme, formando una massa critica, per mettere in orbita un grande impegno spaziale. E poi c’era la comunità scientifica che lavorava sui programmi dell’Agenzia Spaziale Europea. Quindi lo spazio andava, l’Italia contribuiva ai programmi dell’Agenzia Europea finanziariamente, sostenendo vari progetti. 

Di cosa si sentiva la mancanza, invece?

Le industrie italiane avevano sempre le briciole, portavano a casa poco in termini di quantità e di qualità. Così, persone lungimiranti dei governi di allora hanno guidato degli studi, consultando la comunità scientifica e la comunità industriale, per capire come l’Italia poteva guadagnare il suo posto naturale in questa comunità spaziale mondiale. E hanno deciso che occorreva fare un piano coordinato di interventi pluriennale, lavorando in modo che il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica, n.d.R.) nel ’79 varasse una delibera per il finanziamento dello spazio con un piano quinquennale scorrevole, che ogni due anni veniva aggiornato.

Da qui come si è arrivati alla nascita dell’ASI?

Questo processo ha permesso di realizzare un’attività coordinata, affidata al CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche, n.d.R), che ha fatto una specie di progetto finalizzato che io ho diretto in quell’epoca. E in otto anni, in parallelo, il mondo politico ha messo a punto una legge per creare l’Agenzia. Nel 1988, poi, la struttura che era nata nel CNR è diventata l’Agenzia. E tutti i programmi che l’Agenzia ha realizzato dopo li ha ereditati da iniziative nate in quel programma. In quegli anni, la direttiva politica che veniva dal governo e dal mondo industriale e scientifico era di utilizzare una forte alleanza con la NASA, per realizzare progetti ambiziosi di sistemi spaziali interi, e non piccoli dettagli, come succedeva alle industrie italiane quando operavano in ESA (Agenzia Spaziale Europea, n.d.R). 

Per esempio?

Il programma Tethered, nato un’idea del professor Colombo, che ha portato il “satellite a filo” nello spazio (un esperimento volto a testare la possibilità sfruttare il campo magnetico terrestre per fornire energia elettrica ai satelliti, n.d.R). O il sistema Iris, lanciatore che ha messo in moto un satellite geodetico. Questo è stato l’unico sistema di lancio non costruito dagli Stati Uniti utilizzato a bordo di uno Space Shuttle. Un risultato notevole, dal momento che mettere un lanciatore in uno Shuttle richiede un livello di sicurezza e di tecnologie estremamente spinto, con garanzie molto al di là di quelle richieste per lanciatori che partono da Terra. 

E molte iniziative successive, come la costruzione nei laboratori dell’Alenia Spazio di buona parte della Stazione Spaziale Internazionale, derivano dagli accordi con la NASA nati in anni precedenti. La stessa sonda Cassini-Huygens che è arrivata su Saturno è stata fatta dopo, ma i primi accordi con JPL (il laboratorio della NASA Jet Propulsion Laboratory, n.d.R) per il contributo italiano a Cassini sono nati prima ancora che nascesse l’Agenzia. 

Come nasce l’intuizione di creare questo ente di coordinamento strategico? 

L’intuizione iniziale viene per spinta del professor Gianni Puppi, il fisico che ha fatto la storia dell’Agenzia Spaziale Europea. L’ESA nasce infatti dalla “morte” di due strutture europee: l’ELDO, per lo sviluppo del lanciatore europeo e l’ESRO per i programmi scientifici. Quando queste due strutture sono entrate in crisi, Puppi è riuscito a mettere d’accordo tutti i partner europei, passando presso i colleghi europei un po’ come il padre dell’ESA. Fisico illustre a livello internazionale, in Italia Puppi aveva anche una grande intuizione per gli interessi industriali e ha promosso negli anni ’70 riunioni nel mondo politico, scientifico e industriale per capire come l’Italia dovesse organizzare il suo ruolo nel futuro dello spazio. E lì è nata l’idea dell’Agenzia.

A proposito di nomi illustri, tra i pionieri dello Spazio italiano c’è anche Luigi Broglio, padre di San Marco, il primo satellite italiano in orbita…

E quando è nata l’Agenzia, Luigi Broglio è diventato un membro del Consiglio di Amministrazione. Ma ancora prima, il CNR, quando è stato chiamato a occuparsi provvisoriamente dello spazio, ha avuto l’intuizione di creare un comitato scientifico e di consulenza con i migliori cervelli italiani dello spazio. Dentro c’erano Broglio, Buongiorno (Carlo, primo direttore generale dell’Agenzia Spaziale Italiana, n.d.R.), il professor Bepi Colombo, a cui è stata poi intitolata la missione spaziale per l’esplorazione di Mercurio, e altri ancora. Una ventina di persone che rappresentavano sia il mondo scientifico che quello delle industrie, che hanno permesso al piano spaziale di fare delle scelte. 

E  la politica di allearsi alla NASA e avere un piano che potesse essere finanziato in maniera sicura, con aggiornamenti biennali, in cui le cifre non venivano distolte per altre azioni ma andavano sicuramente ottimizzate per il programma che il CIPE aveva approvato, ha funzionato perfettamente. 

Abbiamo parlato del passato dell’Italia nello spazio. Come vede il futuro?

Quando mi sono occupato io di spazio, c’erano aziende italiane che volevano diventare capocommesse, ed erano aziende nazionali di grandi dimensioni. Adesso non c’è più un’azienda puramente nazionale, i grandi consorzi sono internazionali. Quindi, secondo me, la logica con cui devono operare le agenzie spaziali nazionali non è più quella di una volta. Da una parte ci sono le piccole e medie aziende di alta tecnologia che devono trovare protezione e spazi di espansione, dall’altra ci sono dei livelli di attività che coinvolgono una dimensione più europea, a cui bisogna contribuire giocando un ruolo di presenza, in modo da avere autorevolezza nel decidere e competenza nelle scelte tecnologiche. 

 

Data pubblicazione 03/08/2018
Tag Aerospazio