A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Siamo tutti OGM. Intervista a Roberto Defez

Siamo tutti OGM. Intervista a Roberto Defez

Qual è lo stato della ricerca sugli organismi geneticamente modificati (OGM) in Italia? Quali sono le normative di riferimento? Possiamo rimetterci al passo con gli altri Paesi o abbiamo proprio perso il treno? Quanto OGM arriva comunque in Italia – senza che i consumatori ne siano consapevoli – sul mercato del food, dell'abbigliamento, della sanità? Perché la si butta sempre in polemica su questi temi complessi, invece di ragionarvi nei termini della scienza? Ne parliamo con Roberto Defez, direttore del Laboratorio di Biotecnologie Microbiche all’Istituto di Bioscienze e Biorisorse del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Napoli, autore del libro fresco di stampa “Il caso OGM” (Carocci Editore, 2014).

Dottor Defez, qual è lo stato della ricerca sugli OGM in Italia?

La ricerca in Italia è praticamente nascosta. Un esplicito bando che richieda di sviluppare piante geneticamente modificate per qualsiasi scopo o intento non si vede in Italia da molto tempo. Sono tutte attività collaterali mascherate da attività di ricerca fondamentale. Solo l'enorme capitolo della genomica e a valle quello dell'epigenomica sono intesi come conoscenza della struttura del DNA delle piante di maggiore interesse o della regolazione dei geni coinvolti, ma con un intento puramente teorico in cui non può poi esserci né applicazione né  verifica di alterazioni che potrebbero essere sperimentate dal vivo. Ora questo significa che non è possibile la sperimentazione in campo di piante modificate, neanche a fini di ricerca e nemmeno sotto il totale controllo di Enti pubblici e Università. E’ come se stessimo dicendo ai progettisti della Ferrari che la macchina la possono sviluppare al computer, ma non possono nemmeno farle fare mezzo giro sulla pista di Fiorano...

Che cosa servirebbe per sbloccare la situazione?

Servirebbe ciò che è permesso in tutto il resto d'Europa. Da noi il divieto alla sperimentazione in campo di piante geneticamente modificate è un divieto che non è stato scritto in nessuna Legge Italiana, ma è di fatto in vigore da dieci anni. Pensi che non c'è nemmeno la commissione a cui fare richiesta per poter sperimentare in campo. Anche se poi  non c'è ragione di attivare la commissione perché a monte ci sono altri due livelli previsti per Legge, ossia che ogni singola Regione identifichi un potenziale sito sperimentale e che per ogni singola pianta venga approvato uno specifico protocollo diverso per ogni tipo di pianta. In verità questi protocolli sono pronti dal 2006, ma al Ministero dell'Ambiente o al Ministero dell'Agricoltura si accumula polvere... Sembra li tengano bloccati per ragioni politiche. Quindi, mentre il resto d'Europa va avanti, conosce, sperimenta, prova e avanza nelle conoscenze, almeno nelle conoscenze teoriche, noi non avanziamo in niente. Nel momento in cui – e questa era l'ipotesi di una delle ultime puntate di Super Quark – una nazione europea imponesse per esempio un limite all'utilizzo di antiparassitari sull'uva o sulle mele, noi non sapremmo cosa fare e perderemmo addirittura coltivazioni fondamentali perché le nostre non rispetterebbero i nuovi limiti di legge. Questo perché non ci siamo premuniti con attività di ricerca scientifica pubblica anche in campi che non sono quelli pertinenti alla tematica OGM, ma per esempio quelli sulla riduzione dell'impatto della chimica sull'agricoltura.

Considerato il fabbisogno alimentare del Paese, che bilancio ne viene fuori?

Le cifre di quello che stiamo perdendo in termini di importazione netta di OGM sono intorno ai 4 miliardi di euro, che stiamo comunque importando da altri Paesi, sempre come OGM. In Europa è permessa la coltivazione di un'unica pianta geneticamente modificata, che è un vecchio tipo di mais OGM, ma l'Italia non lo coltiva, restando ferma a una resa di 80 quintali per ettaro di mais non-OGM. La stessa cosa accade in Francia. La Spagna invece coltiva questo mais modificato e ha una resa di 110 quintali per ettaro. Ciò significa che noi perdiamo 30 quintali a ettaro. Se consideriamo che sono  oltre un milione i nostri ettari coltivati a mais… Certo non in tutte le condizioni è ragionevole e giustificato usare mais modificato, ma resta il fatto che un terzo del nostro fabbisogno di mais l'anno scorso lo abbiamo dovuto importare perché la nostra resa per ettaro era insufficiente. Questa parte importata è stimabile intorno agli 800 milioni di Euro. Ecco, se avessimo usato  anche il mais geneticamente modificato, avremmo probabilmente dato 800 milioni di Euro ai nostri agricoltori, invece di  destinarli  agli agricoltori Ucraini, Spagnoli, Statunitensi, Brasiliani. In pratica abbiamo usato il denaro contante italiano per aiutare le filiere agricole di altri Paesi.

Si è acceso ultimamente un grande dibattito sulla nomina di un “ambasciatore” di Expo 2015, espressamente e dichiaratamente anti-OGM...

Che questo “ambasciatore” (Vandana Shiva - NdR) si ponga contro gli OGM è una posizione in sé rispettabilissima: uno è libero di esprimere tutte le opinioni che crede; ma l'aspetto che io giudico semplicemente indecente è il fatto che lei continui a speculare su un’affermazione della quale non fornisce nessun dato sperimentale e nessun dato tecnico, quando afferma che le coltivazioni di cotone geneticamente modificato in India avrebbero causato 291.000 suicidi di contadini locali. Questa affermazione in assenza di dati verificabili prodotti con metodo scientifico è semplicemente uno spot pubblicitario a uso e consumo di chi la sostiene per suscitare evidentemente un grande clamore mediatico. Di questo ne ha parlato infatti il prestigioso  New Yorker. Comunque al di là della polemica, noi abbiamo chiesto che anche Patrick Moore venga nominato ambasciatore di Expo 2015. Fra i fondatori di Greenpeace, Patrick Moore è stato per nove anni direttore di Greenpeace Canada e per sette anni direttore di Greenpeace International. Da sempre sostiene che gli OGM sono una soluzione estremamente valida da un punto di vista ambientale e da anni sta conducendo una battaglia perché sia possibile procedere con la sperimentazione e la diffusione del cosiddetto Golden Rice, un riso arricchito di vitamina A, che potrebbe essere uno dei modi, non certo l'unico, per combattere la cecità fra le popolazioni asiatiche che non hanno altra sorgente di vitamine e hanno una dieta di solo riso.

Secondo lei quanto è importante il ruolo dei media su questi temi?

I media hanno un ruolo fondamentale. Troppo spesso il normale cittadino è esposto a informazioni che non può controllare su tematiche tecnicamente molto difficili. Nel caso degli OGM da un lato praticamente ci sta l'intera ricerca scientifica mondiale che sostiene che gli OGM sono una tecnologia valida e plausibile, dall'altro ci sono attivisti capaci di mescolare decine di tematiche fra di loro in modo da creare un'agitazione tale da non far capire più nulla a nessuno. La percezione del pubblico è comunque che ci sia un pericolo al consumo, ma questo perché il pubblico non è stato adeguatamente informato che c'è un rischio molto superiore a non coltivare OGM. Questi sono i ruoli che andrebbero giocati dai media, ma purtroppo si assiste in alcuni casi di singoli giornalisti all'incapacità di rivolgere domande specifiche e chiedere conto dei dati che sono peraltro disponibili sulla stampa internazionale.

Ma gli italiani non possono fare ricerca sugli OGM unendosi a team internazionali?

Certo, possono entrare in team di ricerca di questo genere. Quello che facciamo tutti quanti è cercare costantemente di entrare in grandi progetti europei per mantenere il passo con gli altri, ma dobbiamo renderci conto che quando questo si converte in tutela della proprietà intellettuale ciò è estremamente penalizzante, perché alla fine i brevetti sono tutti brevetti stranieri, dato che non è pensabile brevettare in Italia se si entra in consorzi internazionali di questo genere. D'altro canto, tutte le aziende europee rifiutano questa innovazione, perché sentono che c'è un problema politico tecnicamente insormontabile. Dunque il sapere, la conoscenza, l’innovazione, ma a valle anche industria, posti di lavoro, economia, tutto prodotto nei laboratori europei, che non potrà avere applicazione se non da parte delle multinazionali statunitensi o, a breve, cinesi, comportando un danno per l'economia europea. Mentre infuria la battaglia sulla coltivazione di OGM, stiamo importando quarantasei… dico quarantasei diversi tipi di OGM in gran parte autorizzati per il consumo umano. Siamo diventati, insomma, utilizzatori passivi di questi organismi modificati fornendo denaro fresco alla filiere produttive degli altri Stati.

Quali sono i prodotti OGM che consumiamo senza esserne consapevoli?

In Cina ben 250.000 ettari sono coltivati a pioppo geneticamente modificato. Ciò è frutto di una esclusiva invenzione del nostro Franco Sala, che non potendo sperimentare in Europa è andato a sperimentare in quel paese. Molta della carta su cui scriviamo è fatta con questo tipo di residui. E forse anche il cotone che indossiamo quotidianamente è al 70% geneticamente modificato.

E’ un paradosso dunque. Sembra una situazione un po' simile a quella del nucleare...

È una situazione davvero molto simile a quella del nucleare. Abbiamo centrali nucleari francesi sopra vento e se dovesse succedere un disastro in una loro centrale, i parigini non se ne accorgerebbero nemmeno perché con un vento dominante come è il  maestrale, le scorie arriverebbero direttamente da noi e non da loro. Nel caso del nucleare si ha però almeno l'illusione che quel che importiamo è energia elettrica, mentre nel caso degli OGM ci troviamo a nutrircene senza rendercene conto, perché gli OGM si trovano nelle filiere mangimistiche di quello che produciamo qui da noi fregiandoci poi di  made in Italy. Noi abbiamo deciso, lo ribadisco, di usare OGM prodotti all'estero per realizzare i prodotti più prestigiosi del made in Italy. Questa cosa è semplicemente insensata, perché non c'è nemmeno l'idea del luogo fisico di produzione, dato che il prodotto ci arriva e viene consumato direttamente o indirettamente attraverso il parco zootecnico. Per non parlare, come abbiamo già detto, del cotone. Che non solo indossiamo, ma ci asciughiamo anche le nostre ferite... Allora quando ci dicono che gli OGM possono causare allergie, la risposta è che ciò non è possibile, perché ben 7 miliardi di esseri umani almeno una volta nella loro vita hanno preso una garza, un cotone, un cerotto e lo hanno messo a contatto col circuito sanguigno. Se ci fosse stata una proteina allergenica ne avremmo avuto un riscontro evidente.

Secondo lei l'Italia ha perso il treno sugli OGM?

Dicevo dei programmi di genomica e di epigenomica: l'epigenomica è la fase più avanzata perché si occupa della regolazione di vasti gruppi di geni, cioè di come funziona veramente un genoma. Basti dire che l'Italia ha investito nel progetto epigenomica 30 milioni di euro spalmati su tre anni, cioè 10 milioni di euro all'anno, mentre un Paese come il Lussemburgo ha investito 180 milioni di euro. Se noi pensiamo di fare le solite nozze coi fichi secchi ci ritroveremo presto a vendere tutti i più prestigiosi marchi dell'agroalimentare a mani straniere, diventando garzoni i ristoratori che hanno acquistato i nostri principali ristoranti. Dobbiamo al più presto invertire questa tendenza,  liberando energia. Quei pochi che in Italia sono riusciti, in anni bui di puro oscurantismo, a fare innovazione e ricerca dovrebbero avere almeno la possibilità di validare le loro innovazioni. Così che  lo Stato Italiano, il contribuente italiano, l'erario italiano, i Ministeri italiani potrebbero incassare denaro dalla vendita di quei brevetti.

Forse è il termine “OGM” ad essere infelice di suo…

Ognuno di noi è un organismo geneticamente modificato: noi siamo geneticamente modificati rispetto al giorno precedente, quindi siamo a tutti gli effetti degli OGM. Ci dobbiamo convincere che le piante geneticamente modificate non sono strane, difficili o incomprensibili, ma sono più che sicure,  perché sono le uniche che vengono valutate meticolosamente per i loro aspetti sanitari, nemmeno fossero un farmaco. Di contro tutte le altre piante, le piante tradizionali, le piante di un tempo sono estremamente più pericolose per la salute umana. Ma su tutto si tratta solo di convinzioni scientifiche, ovviamente!

Data pubblicazione 04/11/2014