A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Ricerca oncologica: meglio in Italia o all'estero? Risponde Vincenzo Costanzo di IFOM - 2a parte

Ricerca oncologica: meglio in Italia o all'estero? Risponde Vincenzo Costanzo di IFOM - 2a parte

Oggi direttore del Laboratorio di Metabolismo del DNA presso l’Istituto FIRC di Oncologia Molecolare (IFOM) di Milano, grazie al sostegno di un Career Development Award della Fondazione Armenise-Harvard, Vincenzo Costanzo (nella foto) è un medico, con un dottorato di ricerca in patologia molecolare e cellulare conseguito all’Università di Napoli “Federico II”, che ha lavorato come ricercatore per oltre 10 anni negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, prima di rientrare in Italia, nel 2013. Nella seconda parte dell'intervista ci racconta la sua esperienza di ricercatore all'estero e le differenze che ha trovato rispetto all'Italia, rivelandoci la sua "vocazione" alla ricerca.

Lei ha avuto modo di fare ricerca all’estero: quali differenze ha potuto rilevare rispetto all’Italia?

Ci sono molte differenze tra la ricerca fatta in Italia e quella fatta all’estero. La mia esperienza si basa su paesi anglosassoni come USA e Regno Unito. Negli USA, nonostante si pensi il contrario, la ricerca medica è fondamentalmente finanziata dal governo federale con investimenti che fanno impallidire qualsiasi stato europeo, che avvengono attraverso l’NIH, ossia il ministero della sanità, con una selezione basata esclusivamente sul merito specifico. Intorno alla ricerca pubblica, fioriscono una serie di iniziative private, sponsorizzate da capitali finanziari erogati da gruppi che investono scovando le innovazioni più promettenti. La ricerca biomedica negli USA, attraverso questo meccanismo, genera quella che è la più importante voce economica per il paese.

Nel Regno Unito, invece?

In UK si spende molto meno, ma i soldi sono utilizzati in maniera molto efficiente sempre grazie ad una valutazione meritocratica ed obiettiva dei progetti di ricerca. Gli inglesi vengono da una tradizione di empirismo risalente al ‘600 e ci tengono a preservarla e continuarla. Li c’è la Royal Society, il rispetto per la scienza come disciplina foriera di progresso ed innovazione per tutta la società. D’altronde il loro dominio nel passato si è basato sulle conoscenze scientifiche che gli hanno permesso di navigare e sconfiggere le malattie con le vaccinazioni. Questo sistema viene premiato, come negli USA, con premi Nobel dati a scienziati dell’uno o dell’altro paese con cadenza periodica e questo non è frutto del caso.

Ma anche in Italia abbiamo ricercatori eccellenti...

In Italia gli scienziati eccellenti non mancano. Il problema è la minore disponibilità di risorse pubbliche, che ci sono ma non sono adeguate per competere sullo stesso piano. Altro problema è la loro distribuzione, che non è organizzata in modo efficace. Ciò detto, è importante però sottolineare come la preparazione che da’ la scuola e l’università italiana non ha eguali nel mondo. Gli italiani sono tra i migliori e più preparati e fanno bene anche con risorse più limitate.

Come si svolge la sua “giornata tipo” da ricercatore?

La mia giornata inizia presto, quando mi metto alla scrivania per redigere richieste di finanziamento, lavori scientifici da presentare alle riviste e revisionare documenti e relazioni preparate dai collaboratori. Poi iniziano gli incontri individuali con studenti e staff del mio laboratorio fino al pomeriggio, quando viene la parte più entusiasmante del mio lavoro, ossia mi reco in laboratorio dove rimango fino a sera tardi per assistere ad un esperimento, alla sua elaborazione e alla valutazione del risultato quando l’esperimento è completato. Io ed i ragazzi diventiamo bambini che si entusiasmano per i risultati positivi. È questo quello che mi diverte e stimola di più.

Quando e perché ha deciso di dedicarsi alla ricerca in campo oncologico?

Mi ci sono dedicato fin dai primi anni della facoltà di medicina che ho frequentato a Napoli. Finite le lezioni ed il giro in corsia, correvo nel laboratorio di Patologia Generale dove rimanevo fino a notte inoltrata per completare un esperimento che avevo iniziato e poi interrotto. Credevo fortemente che con il mio impegno nella ricerca in futuro avrei potuto aiutare molti più pazienti affetti da malattie oncologiche, che facendo il clinico. Questo mi ha spinto a rimanere in laboratorio e percorrere questa strada. Il fatto di essere medico mi ha molto aiutato nella comprensione della malattia a livello molecolare.

È una scelta che rifarebbe?

È una scelta che rifarei, dovessi vivere altre mille vite. Non si tratta di un lavoro ma di una ricerca continua anche a livello personale. Il fatto di studiare i meccanismi alla base della vita poi, mi porta ad avere come interlocutori dei soggetti molto importanti, ossia i geni e le cellule. Il lavoro più bello del mondo, insomma, che ho il privilegio di poter fare al meglio nel paese che amo, ossia l’Italia.

Data pubblicazione 07/11/2017
Tag Scienze della vita