A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Ricerca oncologica in Italia: Stefano Indraccolo, ricercatore dello IOV di Padova

Ricerca oncologica in Italia: Stefano Indraccolo, ricercatore dello IOV di Padova

Nato a Milano, Stefano Indraccolo si trasferisce presto a Padova, dove si laurea in Medicina nel 1990. Sostenuto da una borsa di studio dell’AIRC – Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, svolge un periodo di ricerca all’estero, presso l'Institute of Molecular Virology di Monaco di Baviera in Germania. Rientrato in Italia, prende servizio come assistente medico all'IST dell’Ospedale San Martino di Genova. Nel 2006 assume il ruolo di dirigente medico allo IOV – Istituto Oncologico Veneto di Padova, dove coordina un gruppo di ricerca sull’angiogenesi tumorale, interessandosi in particolar modo agli effetti sul metabolismo tumorale di alcune terapie che inibiscono la crescita della vascolatura: i “farmaci anti-angiogenici”.

Con lui approfondiamo il tema della ricerca oncologica nel campo dell’angiogenesi, cioè la capacità del tumore di indurre la formazione di nuovi vasi sanguigni in grado, a loro volta, di alimentarlo.

Dottor Indraccolo, qual è lo stato dell’arte della ricerca oncologica sull’angiogenesi e come si posiziona il nostro Paese rispetto al resto del mondo?

Le ricerche sull'angiogenesi tumorale hanno avuto massimo sviluppo negli anni 1990-2010, periodo che ha visto la ricerca di base avanzare a fianco delle applicazioni cliniche delle cosiddette terapie anti-angiogeniche, che hanno affiancato le terapie tradizionali. Testimoni di quel periodo di grande fertilità scientifica sono il picco di pubblicazioni scientifiche sull'argomento, il grande numero di convegni internazionali e il crescente numero di trials clinici con inibitori dell'angiogenesi in pazienti oncologici. La ricerca italiana ha avuto un ruolo importante in tutto questo ed ha firmato numerose pubblicazioni autorevoli nel settore dell’angiogenesi. In quegli anni, per iniziativa del professor Marco Presta dell’Università di Brescia e di alcuni altri colleghi, si sono organizzati incontri nazionali sul tema dell’angiogenesi presso la Certosa di Pontignano a Siena, che erano soprattutto finalizzati a far emergere i giovani talenti in questo settore. Negli ultimi 3-4 anni, per lo più a seguito del limitato successo in clinica delle terapie anti-angiogeniche in alcuni tipi di tumore ed all'emergere di altri filoni promettenti quali l'immunoterapia, si è assistito ad un ripiegamento del settore e a una riduzione del numero di nuovi farmaci anti-angiogenici avviati alla sperimentazione clinica.

Con il suo gruppo di ricerca ha recentemente individuato un marcatore predittivo di risposta al trattamento dell’angiogenesi: può dirci qualcosa di più?

La nostra ricerca ha individuato un possibile marcatore di risposta al bevacizumab, uno dei principali farmaci anti-angiogenici impiegato in clinica. Tale farmaco è un anticorpo che neutralizza il fattore angiogenico VEGF – Vascular Endothelial Growth Factor e viene generalmente somministrato insieme alla chemioterapia per alcune forme tumorali, tra cui il carcinoma colo-rettale e l'adenocarcinoma polmonare in stadio avanzato o metastatico. Purtroppo l'esperienza clinica ci ha insegnato che solo una parte dei pazienti affetti da tali neoplasie ottiene un beneficio da tale terapia anti-angiogenica ma finora non è stato possibile identificare tali pazienti tramite cosiddetti marcatori predittivi di risposta, a cui si lavora da diversi anni. Il nostro studio ha dimostrato che il gene LKB1, che controlla il metabolismo cellulare e la risposta delle cellule alla deprivazione di glucosio o alla carenza di ossigeno, potrebbe fornire indicazioni utili ad individuare i pazienti responsivi a tale terapia. La ricerca svela un'associazione positiva tra espressione di LKB1 nel tumore e risposta al bevacizumab in termini di sopravvivenza.

Quali vantaggi porterà questa scoperta a livello di pratica clinica?

L'utilizzo del bevacizumab nel trattamento dei tumori polmonari è molto limitato, perché in generale non si osservano miglioramenti drastici rispetto alla sola chemioterapia e vi possono essere alcune tossicità aggiuntive. La scoperta di un marcatore predittivo di risposta come LKB1, facilmente determinabile mediante immunoistochimica o analisi genetica, potrebbe consentire un'inversione di tendenza ed un utilizzo personalizzato della terapia anti-angiogenica. Si fa presente che tale marcatore è stato individuato a livello di tumori polmonari e non è per ora certo che possa valere anche per altri tumori trattati con bevacizumab, come ad esempio il carcinoma colo-rettale. Infine, dal punto di vista clinico rimane da stabilire se LKB1 sia un marcatore utile a predire la risposta ad altri farmaci anti-angiogenici più recentemente introdotti nella terapia dei tumori polmonari, quali nintedanib e ramucirumab.

Quali sono i programmi futuri del vostro gruppo di ricerca?

I futuri programmi del mio gruppo di ricerca sono quelli di validare ulteriormente il marcatore LKB1 in altre casistiche di pazienti con tumori polmonari trattati con farmaci anti-angiogenici. Tale validazione dei nostri risultati è fondamentale data la natura retrospettiva del nostro studio recentemente pubblicato in Clinical Cancer Research. Inoltre siamo anche impegnati a capire se sia possibile migliorare ulteriormente l'attività dei farmaci anti-angiogenici nei tumori polmonari combinandoli con altri farmaci che attivino LKB1, quale la metformina.

Come si svolge la giornata tipo di un “ricercatore senior”?

La giornata tipo del ricercatore senior è tutto fuorché monotona, per usare un eufemismo. Vi è infatti la necessità da un lato di coordinare il lavoro dei collaboratori più giovani, alcuni dei quali alla loro prima esperienza lavorativa, l'attività assistenziale tipica di chi come me lavora in un IRCCS, le molte pratiche di natura amministrativa/burocratica ed infine la scrittura e revisione di progetti di ricerca. Purtroppo il tempo dedicato alla ricerca vera e propria è inversamente proporzionale all'età del ricercatore. Il privilegio di fare ancora qualche esperimento in persona è ridotto ai mesi estivi o altre occasioni speciali.

Come si riesce a conciliare il lavoro di ricerca con la pratica clinica?

In senso stretto, non visito i pazienti ma svolgo un servizio di diagnostica molecolare proprio per i pazienti con tumori polmonari. Il mio laboratorio è tra i centri più qualificati e con maggior volume di prestazioni – circa 500 all’anno – in Veneto per la ricerca di mutazioni del gene EGFR nei tumori polmonari ed anche nel sangue dei pazienti (biopsia liquida). Tale test è fondamentale per la scelta terapeutica più idonea alle caratteristiche del singolo paziente e speriamo di estendere presto tale servizio includendo il gene da noi proposto come marcatore di risposta al bevacizumab, ovvero LKB1. Grazie all'aiuto di alcuni validissimi biologi del mio staff riesco a coordinare bene tale attività a favore del paziente con le attività di ricerca.

Lei ha avuto modo di fare ricerca all’estero: quali differenze ha potuto rilevare rispetto all’Italia?

La mia esperienza all'estero si è svolta nei primi anni della mia carriera grazie ad una borsa di studio AIRC con permanenza presso un centro di ricerca a Monaco, in Germania. Le differenze principali rispetto all'Italia erano nell’entità e continuità degli investimenti strutturali di governo e regione nella ricerca, di molto superiori a quelli italiani. L'altro aspetto assolutamente migliore all'estero era una maggior presenza di personale tecnico nei laboratori assunto per coadiuvare i medici ed i biologi e la disponibilità di personale amministrativo dedicato alla ricerca. Le mie osservazioni risalgono al lontano 1992-1993 ma purtroppo devo constatare che sotto questi aspetti la differenza tra Italia ed estero si è accresciuta, non certo ridotta, nel corso degli ultimi anni.

Quando e perché ha deciso di dedicarsi alla ricerca in campo oncologico?

La mia scelta è stata piuttosto precoce, risale agli ultimi anni del liceo. Senza retorica, avevo un sincero interesse innato per la ricerca scientifica con un dubbio tra la fisica e la medicina. Alcune esperienze personali, ad esempio alcuni cari giovani amici e conoscenti ammalati di cancro, mi hanno dato la spinta definitiva a mettere le mie doti ed energie a disposizione della ricerca oncologica.

È una scelta che rifarebbe?

Sì, nonostante il fatto che la realtà è diversa da quella che si può immaginare un adolescente, assolutamente sì. La battaglia contro il cancro non è certo finita…

Che ruolo ha avuto AIRC nel suo percorso di ricerca?

AIRC mi ha sostenuto nelle fasi iniziali della mia carriera dandomi la possibilità di trascorrere un periodo all'estero e più tardi ha avuto ed ha ancora oggi un ruolo fondamentale per sostenere le mie ricerche sull'angiogenesi tumorale.

Data pubblicazione 11/07/2017
Tag Scienze della vita