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Ricerca oncologica in Italia: le terapie ormonali, ne parliamo con il Prof. Andrea De Censi

Ricerca oncologica in Italia: le terapie ormonali, ne parliamo con il Prof. Andrea De Censi

Medico oncologo, Andrea De Censi è professore onorario alla Queen Mary University di Londra. Dopo la laurea e la specializzazione, lavora prima all’IST di Genova, poi all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, dove diventa direttore della Divisione Prevenzione e Genetica Oncologica, per assumere nel 2004 l’incarico di Direttore della struttura complessa di Oncologia Medica degli Ospedali Galliera di Genova. Membro esperto della Commissione Europea di Public Health Genomics in Cancer, è autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche. Attualmente è responsabile di 20 studi clinici attivi, finanziati tra gli altri dall’Unione Europea, dal National Cancer Institute americano, dal Ministero della Salute e dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), di cui è titolare di un Investigator Grant.

Nel suo ultimo studio, pubblicato su Gynecological Oncology, ha indagato il ruolo delle terapie ormonali nel trattamento del carcinoma dell'ovaio, scandagliando sistematicamente gli ultimi 40 anni di letteratura in materia.

Professore, che ruolo hanno gli ormoni sessuali nel cancro?

Gli ormoni femminili (estrogeni e progesterone) tendono a far proliferare la ghiandola mammaria e sono implicati nell’insorgenza del cancro alla mammella nella donna. Gli androgeni (testosterone e derivati) hanno lo stesso effetto sul cancro della prostata. Il ruolo degli estrogeni nel cancro dell’ovaio dell’utero e del colon è stato meno studiato ma è altrettanto importante. Diciamo che gli ormoni sessuali sono indispensabili per la vita ma hanno anche degli effetti indesiderati.

In che cosa consistono le terapie ormonali e quali sono le più efficaci oggi?

In Oncologia per terapia ormonale si intende l’inibizione degli effetti degli estrogeni o degli androgeni rispettivamente nel cancro della mammella e della prostata. Nella nostra ricerca abbiamo evidenziato come anche nel cancro dell’ovaio sia efficace l’inibizione dell’effetto degli estrogeni utilizzando il Tamoxifen o gli inibitori dell’aromatasi.

Quando si usa la terapia ormonale e per quale tipo di tumori?

Nel cancro della mammella si usa in presenza del recettore ormonale espresso nel tessuto tumorale. Nel cancro della prostata si usa in tutti i casi. Nel cancro dell’ovaio noi abbiamo dimostrato che circa la metà dei casi esprime recettori ormonali, risultando così potenzialmente responsiva agli antiestrogeni.

È possibile utilizzarla come metodo di prevenzione?

La terapia ormonale dopo la menopausa (in questo caso utilizzando gli estrogeni) serve a prevenire le malattie associate alla menopausa. In questo caso il rischio di tumore alla mammella aumenta lievemente. Al contrario, con gli antiestrogeni (Tamoxifen, Raloxifene, inibitori dell’aromatasi) è stata dimostrata una riduzione del rischio di ammalarsi di cancro alla mammella del 40-50% in donne che avevano un rischio aumentato.

La terapia ormonale può avere effetti collaterali?

Si, come ogni farmaco. Il Tamoxifen aumenta lievemente il rischio di tromboflebiti e tumori all’utero, gli inibitori dell’aromatasi aumentano il rischio di osteoporosi e danno dolori articolari.

In questo ambito di ricerca, come è messa l’Italia rispetto agli altri Paesi?

L’Italia ha una grande tradizione scientifica nel campo delle terapie ormonali del cancro della mammella e della prostata. Nel cancro all’ovaio il nostro gruppo è tra i primi ad aver evidenziato questo filone di ricerca.

Come si svolge la sua giornata tipo da ricercatore?

E’ una continua battaglia contro il tempo perché la ricerca richiede oltre alla passione molto tempo e concentrazione e un po’ di sacrificio per se e i familiari. Spesso si sacrifica parte del week end allo studio.

Come si riesce a conciliare il lavoro di ricerca con la pratica clinica?

La ricerca no-profit, cioè quella che nasce spontaneamente nei laboratori o nei reparti (quella ad esempio finanziata da AIRC), è la parte più creativa e salvifica della professione medica. Il medico che fa ricerca trasmette ai pazienti sicurezza perché è obbligato ad essere aggiornato. La ricerca è il motore che da l’entusiasmo al lavoro quotidiano e riduce il rischio del burn-out, rischio molto presente per un oncologo.

Quando e perché ha deciso di dedicarsi alla ricerca in campo oncologico?

Negli anni ’80, da studente di medicina, frequentando una corsia di Oncologia Medica, mi resi conto che senza la ricerca la pratica medica era inadeguata. I progressi fatti negli ultimi 30 anni grazie alla ricerca in termini di riduzione della mortalità per cancro sono molto evidenti.

È una scelta che rifarebbe?

Si, assolutamente, è una delle scelte più giuste che ho fatto nella mia vita e la consiglio vivamente ai giovani medici.

Data pubblicazione 08/09/2017
Tag Scienze della vita