A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Ricerca oncologica in Italia: Eva Negri epidemiologa del Dipartimento “Luigi Sacco” della Statale di Milano

Ricerca oncologica in Italia: Eva Negri epidemiologa del Dipartimento “Luigi Sacco” della Statale di Milano

Milanese, Eva Negri è laureata in Matematica alla Statale di Milano e specializzata in Statistica medica presso la Facoltà di Medicina e chirurgia della stessa università. Perfezionatasi come “post-doc” alla International Agency for Research on Cancer di Lione e la MRC Biostatistics Unit di Cambridge, dopo un incarico al CILEA – Consorzio Interuniversitario Lombardo di Elaborazione Automatica, nel 1990 inizia la sua attività di ricercatore in campo oncologico all'Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano, dove diventa capo del Laboratorio di Metodi epidemiologici. Da quest’anno è in forza al Dipartimento di Scienze biomediche e cliniche “Luigi Sacco” dell'Università degli Studi di Milano. Sposata con un medico epidemiologo, docente universitario e ricercatore di fama mondiale, ha due figli.

Con lei approfondiamo il tema della ricerca epidemiologica sui tumori.

Dottoressa Negri, innanzitutto, che cosa porta una “matematica” a dedicarsi a tempo pieno alla ricerca oncologica?

Avevo amici che lavoravano in quell’ambito, così da studentessa ho iniziato facendo lavoretti come raccolta e input dei dati, per guadagnare un po’ di soldi. Dopo la laurea ho frequentato la Scuola di Specialità in Statistica Medica e Biometria dell’Università Statale di Milano, mentre lavoravo in un centro di calcolo. Ho vinto poi una borsa di studio della Comunità Europea con cui mi sono recata a Lione e a Cambridge per proseguire la mia formazione. Al mio ritorno ho deciso che volevo dedicarmi alla ricerca, così ho lasciato il mio vecchio lavoro per diventare ricercatrice in campo biomedico.

Qual è lo stato dell’arte della ricerca epidemiologica sui tumori in Italia rispetto agli altri Paesi?

I buoni epidemiologi in Italia non mancano, ma i finanziamenti per la ricerca epidemiologica sono scarsi. Nel nostro paese gli investimenti in ricerca sono scarsi in generale; per le nostre ricerche, volte spesso alla prevenzione e non alla cura, è particolarmente difficile riuscire a ottenere finanziamenti. Ciononostante, alcuni gruppi hanno una eccellente produzione scientifica che li pone in primo piano in campo internazionale.

I suoi studi dimostrano che in Europa si muore meno per cancro: è il frutto di trattamenti medici più efficaci, di un progressivo cambiamento degli stili di vita o cos’altro?

Le considerevoli diminuzioni nei tassi di mortalità per tumori sono dovuti in parte a miglioramenti nelle cure, in parte a stili di vita più sani e in parte all’introduzione di screening oncologici e altri metodi per la diagnosi precoce. Per alcuni tipi di tumori un aspetto è preponderante rispetto agli altri, ma credo che per mantenere e migliorare questo andamento favorevole la ricerca debba continuare a lavorare su tutti questi aspetti. E’ anche importante che sia le terapie che le strategie di prevenzione più efficaci vengano poi realmente messe in atto.

Nel contesto di questa tendenza generale, sono state rilevate differenze tra maschi e femmine o altri sottogruppi? A che cosa è dovuto?

Un tumore i cui andamenti sono opposti nei due sessi è quello del polmone. Gli uomini hanno tassi di mortalità più elevati, ma dal 1990 in poi vi è stata una forte diminuzione, mentre nelle donne la mortalità per tumore al polmone è in aumento. Questo è dovuto alla notevole differenza nell’abitudine al fumo nei due sessi: gli uomini fumavano molto di più in passato ma hanno diminuito molto, mentre le donne hanno iniziato a fumare più tardi, negli anni 70, ma hanno smesso di meno e continuano a fumare, per lo meno nella mezza età.

Emergono differenze significative nei “numeri” dell’Italia rispetto agli altri Paesi?

Per quanto riguarda tutti i tumori, l’Italia ha tassi di mortalità leggermente inferiori, di circa il 5%, all’insieme dell’Unione Europea. Per quanto riguarda i singoli tipi di tumore, in Italia quello dello stomaco è più elevato della media UE, mentre i tassi sono più bassi per i tumori del polmone, mammella e colonretto. Questo è comune anche ad altri paesi del Mediterraneo.

Come si spiegano queste differenze?

I differenti stili di vita, tra cui dieta, fumo, e consumo di alcool, possono spiegare molto. In generale, le differenze tra paesi erano più marcate in passato. La progressiva uniformazione degli stili di vita ha portato a tassi più simili nella UE. Ciononostante, permangono ancora delle notevoli disuguaglianze. E’ anche importante che gli screening, le strategie di prevenzione e le terapie efficaci vengano adottate da tutti i paesi. Le nostre ricerche hanno mostrato come ritardi nella loro adozione abbiano portato a eccessi di mortalità che erano evitabili, in particolare nei paesi dell’Est Europa con economie non di mercato in passato.

In merito alle strategie di prevenzione adottate dai diversi Paesi, ci sono casi di successo che possono essere replicati?

Il Regno Unito e alcuni paesi nordici hanno adottato già dagli anni 80 delle strategie molto decise ed efficaci contro il fumo di tabacco, e di conseguenza l’epidemia di tumori al polmone si è ridotta più che negli altri paesi. Oltre ai divieti di fumo nei luoghi pubblici, la strategia ora più efficacie è un aumento progressivo del prezzo delle sigarette, che in quei paesi supera i 10-15 euro.

Quali sono i programmi futuri del vostro gruppo di ricerca?

Continuare a studiare gli andamenti della mortalità per tumori. Nel futuro vorremmo assumere un punto di vista più globale, approfittando del fatto che vari paesi a reddito medio-basso hanno recentemente iniziato a pubblicare dati di mortalità. Vorremmo inoltre continuare a sviluppare e migliorare i modelli statistici che ci aiutano a interpretare i dati di mortalità e indagare alcune aree specifiche, come cercare di valutare l’influenza che le esposizioni ambientali hanno avuto sulla mortalità.

A suo giudizio, quali sono i modelli matematici più interessanti per la ricerca oncologica?

In generale la ricerca oncologica si basa sempre di più sui cosiddetti “big data”. Vi è quindi la necessità di strumenti statistici/matematici che siano in grado di gestire e interpretare queste enormi masse di dati. Per continuare a progredire nella lotta contro il cancro è necessario far fronte a studi più complessi, che richiedono una continua innovazione anche nella analisi e interpretazione dei dati stessi.

La matematica riveste un ruolo sempre più importante nella nostra società, non soltanto nel settore della ricerca: pensa debba diventare uno “skill” di base, come le tecnologie digitali?

Una conoscenza di base in matematica/statistica dovrebbero averla tutti i ricercatori ed è prevista nella formazione per molte lauree dell’area medico-biologica. In generale, per avere successo un gruppo di ricerca deve essere multidisciplinare e il biostatistico ne deve fare parte.

Che ruolo ha avuto AIRC nel suo percorso di ricerca?

Assolutamente fondamentale. Senza il contributo di AIRC non avremmo potuto condurre le nostre ricerche, come del resto tanti altri ricercatori in oncologia. Le procedure rigorose di valutazione, sia prima che durante lo svolgimento del progetto, sono una garanzia ma anche uno sprone per chi fa ricerca. Inoltre, AIRC organizza spesso interventi per il pubblico generale o nelle scuole. Queste sono occasioni utili per diffondere la cultura della prevenzione, ma sono utili anche a chi fa ricerca, perché fanno capire quanto sia importante che le conoscenze acquisite si tramutino poi in strumenti pratici di prevenzione.

Data pubblicazione 27/06/2017
Tag Scienze della vita