A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

La sfida europea passa dalla ricerca. Intervista ad Ann Katherine Isaacs

La sfida europea passa dalla ricerca. Intervista ad Ann Katherine Isaacs

Docente di Storia moderna presso l’Università di Pisa dal 1975, Ann Katherine Isaacs è esperta di programmi europei per la formazione e la ricerca e di progetti collaborativi internazionali. Già delegata del Rettore dell’Università di Pisa, è stata coordinatrice e valutatrice di progetti di ricerca e per lo sviluppo dell’istruzione superiore finanziati dalla Commissione Europea. Esperta dell’European Higher Education Area-EHEA, è stata nominata dal MIUR rappresentante per l’Italia del gruppo di lavoro della Commissione Europea “ET 2020 Working group on the Modernisation of Higher Education” per il biennio 2016-2018.

ResearchItaly l’ha intervistata sulle sfide e le opportunità per la ricerca collaborativa.

Professoressa, qual è il vantaggio di partecipare a progetti di ricerca come quelli europei, che mettono assieme persone di diverse provenienze geografiche o disciplinari? 

Fare ricerca collaborativa è diverso dal fare ricerca a livello individuale. Personalmente, ho coordinato quasi 20 progetti internazionali, da cui ho imparato molto. Credo che fare ricerca collaborativa valga la pena per motivi euristici: perché assieme ad altri è possibile capire ciò che non si potrebbe capire da soli. Creare sinergie, raccogliere la pluralità dei punti di vista funziona in tutti i campi di ricerca. 

Qual è il ruolo dell’Europa nel sostegno alla ricerca collaborativa? 

L’Europa, a mio parere, è la parte del mondo con le potenzialità maggiori per il sostegno alla ricerca; deve però trovare il modo di usare i diversi saperi, approcci e le diverse competenze dei “mondi” accademico-scientifici al suo interno. E questo è evidente in alcuni campi di ricerca più che in altri. Per esempio per i fisici e gli ingegneri è più facile lavorare insieme, in condizioni di parità, perché organizzati in modo simile. Altre scienze hanno tutto da guadagnare dalla collaborazione. 

Ci fa l’esempio di un progetto di ricerca in cui è evidente il valore aggiunto della cooperazione europea?  

Ancora attuali sono i temi al centro di una rete di eccellenza del Sesto Programma Quadro di Ricerca dell’Unione Europea sui temi della cittadinanza, dell’inclusione e della partecipazione. Il progetto, dal nome CLIOHRES (acronimo di “Creating Links and Innovative Overviews for a New History Research Agenda for the Citizens of a Growing Europe”, n.d.r) - ha raccolto 180 ricercatori di 31 Paesi e 45 università con l’obiettivo di studiare e mettere a confronto visioni diverse, spesso dibattute, del proprio passato storico e di quello dei paesi vicini. 

Che cosa avete scoperto grazie a quel progetto? 

Diverse cose. Per esempio, quando abbiamo chiesto ai dottorandi coinvolti di lavorare sulla nozione di cittadinanza abbiamo visto con sorpresa che alcuni di loro si rifiutavano di farlo. Questo perché, come abbiamo scoperto, il termine cittadinanza, che ha un significato positivo per popoli come noi italiani, i francesi e gli spagnoli — in quanto derivante dal concetto di città e associato a idee di convivenza e bene comune — in altri Paesi può avere connotazioni negative. Questo accade, per esempio, per popoli di lingue in cui la radice etimologica di cittadinanza fa riferimento alla dimensione del focolare, della casa e del proprio gruppo. Scoperte come questa hanno implicazioni sociali, di cui i rappresentanti politici dovrebbero tener conto quando si rivolgono ai cittadini. 

Questo esempio mostra il contributo che la ricerca collaborativa può offrire: se riesce a uscire dai confini “normali” della riproduzione del sapere acquisito può diventare qualcosa di esplosivo. 

Lei è stata valutatrice di progetti europei. Che cosa suggerisce ai ricercatori che vogliono ottenere un finanziamento? 

Per avere successo nel presentare una proposta bisogna innanzitutto prestare attenzione alle indicazioni fornite, conoscere bene l’oggetto della call e le regole finanziarie dello strumento a cui si concorre. Il mio suggerimento è di provare a mettersi nei panni dei valutatori, cercando di scrivere la proposta pensando a chi la leggerà, controllando sempre che ogni aspetto del progetto sia spiegato bene, senza dare per scontato ciò che ci potrebbe sembrare ovvio. Sappiamo che per tutti i Paesi, e per l’Italia in particolare, la parte che porta alla sconfitta solitamente è quella relativa all’impatto (ossia agli effetti, anche non immediati, in ambito sociale o economico, che possono scaturire dal progetto di ricerca, n.d.r.). Sembra sia difficile per i nostri ricercatori immaginare l’impatto della loro ricerca e il modo in cui ottenerlo. Eppure se una ricerca serve a qualcosa, allora deve avere un impatto: un aspetto, questo, che va considerato in fase di scrittura. 

Qual è l’approccio giusto per concepire un progetto di ricerca collaborativo? 

L’errore di alcuni ricercatori, pur bravi sul piano accademico, è di pensare che basti avere l’idea giusta, mentre non serva del genio per portare avanti il progetto in modo efficace. E invece ci vuole del genio per far sì che persone di tanti paesi diversi trovino un modo proficuo di interagire e che da questa interazione venga fuori un risultato che spinge un po’ più in là i confini delle nostre conoscenze. 

Dunque, nel concepire un progetto bisogna immaginare concretamente e in modo dinamico come arrivare al risultato finale: per esempio, quando e come i partner si incontreranno e per fare cosa. In particolare, quando si lavora con un grande gruppo di persone devono essere definite, in modo chiaro e abbastanza semplice, le attività di ciascuno e il modo in cui queste porteranno al risultato desiderato. 

Insomma, bisogna capire che anche i processi sono cose “degne” dell’attenzione e della mente di un ricercatore. 

 

Data pubblicazione 12/06/2017