A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

La fisica, tra incanto e disincanto. Intervista a Carlo Rovelli

La fisica, tra incanto e disincanto. Intervista a Carlo Rovelli

Fisico teorico e scrittore, Carlo Rovelli svolge attività di ricerca presso l’Università di Aix-Marseille, in Francia, dove si occupa di gravità quantistica a loop, un ambito teorico volto a unificare la meccanica quantistica con la relatività generale. Divulgatore di successo, è di nuovo nelle librerie con L’ordine del Tempo (Adelphi, 2017). Proprio dal suo ultimo libro prendiamo lo spunto per chiedergli che cosa significa fare ricerca e qual è il ruolo della scienza nella nostra rappresentazione del mondo.

Il suo ultimo libro ci conduce alla scoperta del tempo, la dimensione che scandisce le nostre vite. Leggendolo vediamo svanire, nel mondo fisico, le differenze tra passato, presente e futuro. Come possiamo immaginare il tempo della fisica?

Sorprendente. Direi che questa è la parola che meglio descrive il tempo studiato dai fisici. Pieno di strane proprietà che la nostra esperienza quotidiana non aveva mai registrato. 

Chi associa il pensiero scientifico a uno sguardo arido e disincantato sul mondo, leggendo i suoi libri ha modo di ricredersi. Dalle pagine traspaiono passione, curiosità e meraviglia per la realtà fuori e dentro di noi. Fare scienza è anche un fatto di emozioni?

Sì, certo. Non l’ho certo scoperto io. Basta leggere la meravigliosa prosa di Galileo Galilei per vedere quanta estrema emozione ci sia in lui, nella sua passione, nella sua voglia di scoprire, nelle sue battaglie. La scienza ovviamente usa come armi la matematica, gli esperimenti, e soprattutto la fredda razionalità. Questi sono strumenti che ci permettono di correggere là dove le emozioni ci portano fuori strada. Spesso per sottolineare l’efficacia di questi strumenti si cerca di presentare la ricerca scientifica come fredda e arida, ma chiunque ne sia coinvolto sa bene che è il contrario. Poi c’è la questione del disincanto. Credo che sia la questione chiave. Gli scienziati sono spesso come bimbi incantati. Lo sono quando vedono cose nuove. Galileo certo lo era. Ma per vederle bisogna avere il coraggio di abbandonare visioni vecchie, e quindi disincantarsi su qualcosa. La crescita della conoscenza è un continuo disincanto. E un continuo incantarsi di nuovo…

Nell’immaginario comune, la fisica è spesso associata a complessi esperimenti. Tuttavia grandi rivoluzioni scientifiche e tecnologiche hanno preso avvio proprio dalle teorie. Concretamente, che cosa vuol dire fare ricerca in fisica teorica? 

Non credo che Einstein abbia mai fatto esperimenti. Non so se Maxwell ne abbia fatti, ma certo non è noto per gli esperimenti. Esiste un lato della fisica che è solo teorico. Teoria ed esperimenti sono due componenti di un percorso comune. Gli esperimenti suggeriscono e confermano le teorie, indicano la via e la correggono, ma quelle che ci servono per capire il mondo sono le teorie, non gli esperimenti. Concretamente, fare ricerca teorica vuol dire leggere articoli e libri, discutere molto, e soprattutto passare delle ore a scrivere equazioni su delle lavagne o su dei fogli bianchi, cercando di mettere ordine nella nostra (sempre insufficiente) comprensione del mondo. Ci sono dei grandi passi del nostro sapere scientifico che sono stati direttamente guidati dagli esperimenti e dalle osservazioni. Per esempio le leggi di Keplero o il modello standard delle particelle elementari. Ma ci sono altri grandi passi avanti che sono stati nutriti dagli esperimenti in modo molto indiretto, attraverso altre teorie. Per esempio Copernico non aveva osservazioni nuove rispetto a Tolomeo quando ha capito che la Terra gira intorno al sole. Né aveva molte osservazioni nuove Einstein quando ha trovato la relatività generale. 

La scienza, nella sua ricerca di “certezze”, si confronta costantemente con il limite conoscitivo, l’errore, l’incertezza, la complessità. Un bell’esercizio in un’epoca come la nostra dove è forte la pretesa di stringere verità definitive…

Secondo me la scienza non cerca “certezze”. Chi cerca “certezze” si affida a chiromanti, preti o fanatici. La scienza cerca idee affidabili, credibili, cerca le migliori soluzioni che possiamo avere oggi. Domani magari ne troveremo ancora di migliori. La scienza è affidabile proprio perché cerca le risposte più affidabili che possiamo avere; non perché cerchi certezze. 

La fisica contraddice il senso comune. Avvicinare all’immaginario collettivo concetti controintuitivi, come fa lei con grande maestria, è un compito cruciale non solo per gli scienziati, ma anche per gli educatori e i comunicatori. Qualche suggerimento?

La ringrazio per queste parole. Io mi sono messo a scrivere abbastanza per caso, per comunicare la mia passione, e sono rimasto stupito della reazione di tanti. Credo che alla fine le regole che ho seguito e che hanno funzionato siano semplici: cercare di dire le cose con la maggiore onestà possibile, cercando di semplificare tutto quello che è possibile, togliendo tutto ciò che è inutile, ma allo stesso tempo senza tradire i concetti importanti. E dove le cose non le capiamo, dire semplicemente che non le capiamo, invece che nascondersi dietro a paroloni…

Data pubblicazione 21/11/2017
Tag Scienze fisiche e ingegneria