A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Intervista a Silvia Marchesan, “stella nascente” della ricerca secondo Nature

Intervista a Silvia Marchesan, “stella nascente” della ricerca secondo Nature

Nel suo supplemento annuale Nature Index, la rivista Nature ha indicato gli undici ricercatori emergenti che a livello internazionale stanno “lasciando il segno” nei diversi ambiti scientifici. Tra di loro c’è Silvia Marchesan, docente associata di Chimica organica dell’Università degli Studi di Trieste e responsabile del Superstructures Lab. Le sue ricerche si focalizzano sull’organizzazione delle molecole in “superstrutture”, con potenziali impatti in molti settori, dalla farmacologia alla creazione di nuovi biomateriali.

Una docente di chimica tra le undici “stelle nascenti” della ricerca internazionale. Si aspettava un successo di tale portata?

Assolutamente no, è stato un risultato del tutto inaspettato e a cui ancora stento a credere. A lasciarmi sorpresa è anche il fatto che i riconoscimenti scientifici solitamente riguardano i ricercatori che hanno ottenuto importanti traguardi in un determinato settore scientifico. Nel mio caso, invece, ritengo che sia stata premiata la multidisciplinarietà del nostro lavoro, che spazia dalla chimica organica, alla biologia, fino allo studio dei materiali nanostrutturati.

Qual è stato il percorso che l’ha condotta verso una carriera scientifica così “multidisciplinare”?

Dopo una laurea in chimica e tecnologie farmaceutiche all’Università di Trieste, ho conseguito un dottorato in chimica all’Università di Edimburgo dove però c’era anche una forte componente di biologia molecolare. In seguito ho trascorso due anni a Helsinki, in cui ho fatto ricerca in biochimica e biologia, e altri due anni in Australia − in una posizione congiunta tra la Monash University e il CNR australiano, il CSIRO − in cui ho cominciato a fare ricerca sui biomateriali nanostrutturati. A quel punto, per questioni personali, ho scelto di tornare in Italia con una posizione di ricercatrice precaria, che tuttavia non mi permetteva di accedere ai finanziamenti per la ricerca. È stato in quel periodo che avevo quasi deciso di abbandonare tutto e dedicarmi ad altro, incluso il progetto di diventare mamma.

Poi cosa è successo?

Poi, a distanza di pochi mesi, ho ottenuto una posizione di ricercatore a tempo determinato di tipo B presso l’Università di Trieste e, soprattutto, mi sono aggiudicata un importante finanziamento dal MIUR attraverso il bando SIR-Scientific Independence of young Researchers. Questo mi ha permesso di avviare un mio laboratorio indipendente e di creare un gruppo di ricerca qualificato e altamente interdisciplinare, che con il tempo ha attirato ricercatori auto-finanziati dall’estero e ottenuto ulteriori fondi, ad esempio attraverso il bando PRIN-Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale del MIUR e il programma europeo COST-European Cooperation in Science and Technology.

In cosa consistono le vostre ricerche nel laboratorio Super Structures Lab dell’Università di Trieste?

Così come i mattoncini di un lego, le singole molecole possono organizzarsi in super-strutture di diversa natura. Nel nostro laboratorio studiamo come le singole molecole, nel nostro caso piccolissimi frammenti di proteine, si assemblano tra loro a formare strutture biodegradabili complesse che possono avere caratteristiche e funzioni differenti rispetto alle molecole iniziali. Se “assemblati” o “disassemblati”, questi mattoncini possono comportarsi in maniera differente e la conoscenza di queste caratteristiche ha un impatto rilevante in numerosi ambiti, ad esempio è utile nel mettere a punto materiali intelligenti o farmaci che si degradano una volta rilasciati nell’ambiente. Uno dei nostri prodotti è un particolare idrogel capace di trasportare farmaci e di avere una (lieve) attività antimicrobica solo nella forma di gel e che poi si degrada una volta terminata la sua funzione. Ma le nostre ricerche interessano anche la creazione di materiali compositi a partire da nanostrutture di carbonio: un settore di ricerca che ha moltissime applicazioni, a partire dall’ambito diagnostico fino a quello energetico. Il tema comune è l’uso di una chimica semplice accessibile a tanti e di sistemi a base di acqua anziché solventi organici.

Come concilia l’essere una ricercatrice di eccellenza con l’essere mamma?

Devo ammettere che non è facile. La mia fortuna è quella di essere circondata da persone che mi aiutano molto sia sul piano lavorativo, sia su quello familiare. Purtroppo in Italia, rispetto a certi Paesi, è ancora difficile per una donna fare ricerca di eccellenza e, allo stesso tempo, avere più di un figlio. Questo è dovuto in buona parte alla burocrazia, che causa notevoli perdite di tempo. Quando ero all’estero, ad esempio, mi bastava collegarmi a internet per fare acquisti per il laboratorio  in un paio di “click” mentre in Italia è necessario seguire una procedura lenta e farraginosa, che inevitabilmente rallenta il lavoro e la competitività dei nostri centri di ricerca, oltre a togliere tempo prezioso.

 

Data pubblicazione 09/10/2018
Tag Scienze fisiche e ingegneria