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Il mestiere del meteorologo. Intervista a Daniele Mocio

Il mestiere del meteorologo. Intervista a Daniele Mocio

Dilagano le previsioni meteo in tv, sui giornali e soprattutto in rete. Ma non sempre quello che circola è attendibile. Per capire cosa distingue una buona da una cattiva informazione, abbiamo intervistato, in occasione della Giornata Internazionale della Meteorologia, il tenente colonnello dell’Aeronautica Militare Daniele Mocio.

Come si arriva a formulare una previsione meteo? 

Una previsione parte da un dato oggettivo, che è il tempo attuale, ovvero lo studio delle osservazioni misurate in un determinato momento, e prende in considerazione il tempo del passato, ossia il clima. Poi, grazie a elaboratori ormai divenuti molto potenti, si dà il via alla creazione di un modello matematico, da cui si ottengono informazioni sullo stato futuro dell’atmosfera. Questo viene rappresentato attraverso carte che il previsore interpreta, e da cui –grazie allo studio, all’esperienza e alla professionalità – riusciamo a tirare fuori gli elementi del futuro atmosferico. 

Quindi il ruolo del meteorologo conta? 

Conta ancora, perché per quanto sofisticato possa essere il modello, il previsore o meteorologo –colui che si occupa della previsione – deve conoscere anche il posto. Molto spesso, nei modelli matematici, il posto, l’orografia non possono essere compresi in modo totale. 

Bisogna conoscere bene, prima di tutto, la situazione al suolo sul quale si fa una previsione e poi vedere quello che succede in quota. Quindi, il valore aggiunto di colui che studia le carte è decisamente ancora importante. 

C’è un interesse crescente verso la meteorologia da parte di un vasto pubblico. Come comunicare correttamente una previsione? 

Sicuramente bisogna partire dal presupposto di conoscere quello di cui si deve parlare e che noi vogliamo comunicare. Non si può informare su ciò che non si conosce, quindi la preparazione è fondamentale. Poi c’è il ritorno a qualcosa di semplice, che possa spiegare quello che si è appreso, il nostro bagaglio culturale, la nostra professione. 

Molto spesso, anzi gran parte delle volte, ci viene chiesto se piove o non piove. Noi a questa domanda dobbiamo rispondere. Non dobbiamo creare situazioni che magari non esistono in meteorologia, e che danno tutto meno che una risposta, amplificando delle situazioni che in realtà non meriterebbero neanche di essere amplificate. 

Un po’ come in una frase in italiano c’è bisogno di soggetto, predicato e complemento.

Si tratta di studiare una situazione e dire il suo effetto, che può verificarsi o meno, perché stiamo parlando, comunque, dello stato futuro dell’atmosfera, e quindi di una previsione. 

Quindi alla fatidica domanda “piove o non piove” si può rispondere anche in modo semplice, nonostante dietro ci sia scienza molto complessa? 

Esattamente, perché la comunicazione semplice traduce qualcosa di complesso in qualcosa di fruibile, di comprensibile per chi deve poi “masticare” quello che viene comunicato. Se l’aspetto scientifico viene posto in modo altrettanto scientifico in termini comunicativi, o addirittura fuorviante, come sta succedendo ultimamente, è chiaro che il pubblico non può che risentire di questa mala informazione.

Data pubblicazione 17/04/2018
Tag Scienze fisiche e ingegneria