A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

“Fai da te digitale”, intervista a Luca Mari coordinatore del progetto DiDIY

“Fai da te digitale”, intervista a Luca Mari coordinatore del progetto DiDIY

Il “fai da te digitale”, in inglese Digital Do It Yourself, da cui l’acronimo DiDIY, è un fenomeno sociotecnologico di crescente importanza, grazie alla diffusione massiccia di dispositivi tecnologici e applicazioni – stampanti 3D, schede di prototipazione rapida come Arduino e Raspberry PI, ma non solo – che rendono più facile ed economica la produzione di “oggetti fisici e immateriali”, unita a una sempre maggiore accessibilità online di dati, progetti e conoscenze. 

La creatività è ormai alla portata di tutti e già si profilano scenari in cui la tradizionale distinzione tra produttori e consumatori sfumerà progressivamente, con opportunità e problemi che interesseranno individui, organizzazioni e la società intera. Abbiamo discusso di questi temi complessi con il professor Luca Mari della LIUC – Università Carlo Cattaneo di Castellanza, coordinatore del progetto DiDIY, finanziato dalla Commissione Europea nel contesto del programma Horizon 2020, a cui hanno partecipato partner internazionali quali il Politecnico di Milano, la Manchester Metropolitan University, la University of Westminster, l’American College of Thessaloniki, la società Ab.Acus e il Free Knowledge Institute.

Professore, in che modo il Digital Do It Yourself sta cambiando il nostro rapporto con gli oggetti?

A partire dalla diffusione dei personal computer, si è consolidata l’idea che il digitale abbia a che fare con l’immaterialità del software. Ciò non è sbagliato, ma è incompleto: mediante dispositivi digitali come le stampanti 3D, progetti diventano oggetti stampati, e altri dispositivi digitali come quelli dell’Internet delle Cose acquisiscono dati dal mondo fisico. Abbiamo chiamato Atoms-Bit Convergence -ABC questo fenomeno, un possibile nuovo linguaggio della conoscenza.

Che impatto avrà sugli ambienti di lavoro?

L’automazione industriale trasferisce lavoro di esseri umani a sistemi tecnologici. Che opzioni abbiamo per evitare che questo produca disoccupazione crescente e sempre maggiori disuguaglianze? Coloro che fanno DiDIY, da soli o in comunità, stanno sperimentando nuovi modi per usare gli strumenti tecnologici. Se sapremo orientare questi cambiamenti, impareremo a usare la tecnologia non solo per produrre al nostro posto, ma anche per amplificare la nostra creatività.

E sui sistemi formativi?

Se l’ipotesi circa il futuro del lavoro ha un senso, la scuola assume la funzione critica di aiutare le persone a imparare a sviluppare l’attitudine e il piacere al fare in modo creativo. Il valore del saper ripetere, che la scuola ha ritrovato nel taylorismo, non si elimina ma perde la sua centralità. La quarta rivoluzione industriale di cui parla tanto, se ci sarà, dovrà essere questa: persone e comunità, creativi “a base tecnologica”, che tornano al centro della società per generare valore.

Quali benefici personali e collettivi è possibile attendersi dalla sua diffusione?

Attraverso il DiDIY si affina la capacità di risolvere concretamente problemi concreti, che sono non cose da evitare “per avere una vita tranquilla” ma strumenti per migliorare se stessi e l’ambiente che ci circonda. Spesso il DiDIYer è uno scopritore di problemi, prima ancora che delle loro soluzioni. Proprio come lo sono certi startupper. Non ho dubbi che una maggiore diffusione di uno spirito di imprenditorialità sarebbe di grande beneficio per gli individui e la collettività.

Quali i rischi?

La diffusione del DiDIY genera certo anche delle preoccupazioni, da considerare con attenzione. Per esempio, se i consumatori diventeranno progressivamente produttori, “prosumer” secondo Toffler, cosa accadrà con gli oggetti “fatti da sé” a proposito di garanzia e responsabilità legale nel caso di danni generati da malfunzionamenti? E accenno poi solo alla questione delle armi o delle medicine “fatte da sé”: c’è una dimensione etica del DiDIY ancora largamente da scoprire.

Quali sono gli aspetti normativi e legali della cosiddetta “conoscenza condivisa”?

Il DiDIY ha spesso un esplicito orientamento verso la conoscenza aperta, ma non ogni forma di DiDIY è condivisa, e naturalmente ci sono contesti di conoscenza condivisa non connessi al DiDIY. Una questione di grande rilevanza è quella che potremmo chiamare dei “diritti al fare”, a partire dai risultati del lavoro di altri: tra copyright e copyleft. L’esperienza del software libero/open source e della documentazione con diritti aperti, attraverso i Creative Commons, è un riferimento.

Recentemente avete sottoscritto il “Manifesto del DiDIY”. Quali sono le finalità del documento?

Con il nostro progetto abbiamo cercato non solo di capire meglio il fenomeno del DiDIY, ancora mentre è in formazione, ma anche di proporre alcune linee guida per decisori pubblici e privati che, capendo le potenzialità di quello che sta succedendo, vogliano contribuire a orientare il fenomeno verso obiettivi di rilevanza sociale. Il nostro Manifesto è la sintesi di queste linee guida: una breve presentazione degli obiettivi sociali che abbiamo condiviso con le persone del gruppo di progetto.

Data pubblicazione 18/07/2017
Tag Scienze fisiche e ingegneria