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Elena Cattaneo: il sapere scientifico è il seme del progresso

Elena Cattaneo: il sapere scientifico è il seme del progresso

Scienziata di fama internazionale e senatrice a vita, Elena Cattaneo ha sempre mantenuto fede al suo impegno di difendere il sapere scientifico contro i pregiudizi e i sentimenti antiscientifici che sempre più di frequente permeano la società. In questa intervista in esclusiva per ResearchItaly abbiamo raccolto il suo pensiero su alcuni temi scientifici di forte impatto sull’opinione pubblica, tra cui il tema dei vaccini e il caso Stamina.

Senatrice Cattaneo, il progresso scientifico sembra essere accompagnato da un crescente sentimento “antiscientifico” che coinvolge una parte della nostra società. A cosa si deve secondo Lei questo scetticismo nei confronti della scienza?

Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici, quella che più mi colpisce – al netto dei temi tipici dell'impoverimento culturale, delle percentuali sconfortanti di forme di analfabetismo di ritorno, etc. – è l'incapacità (quasi storica) per cui sempre più spesso la classe dirigente del nostro Paese non solo non valorizza, ma anzi cede alla moda populista di irridere le élite intellettuali. Che questo sia particolarmente vero nei confronti della cultura scientifica si comprende meglio, forse, ricordando che è almeno dai tempi di Croce e Gentile che il peso culturale della scienza, sia dal punto di vista della conoscenza che da quello dell'etica, viene sistematicamente sminuito; anche se il nostro Paese ha dato i natali a Galileo Galilei, padre del metodo scientifico, spesso nel dibattito pubblico si capovolge completamente tale metodo, scegliendo di prendere in considerazione i fatti solo se risultano strumentali alla conferma di posizioni preconcette.

Buona parte della società, tuttavia, conserva fiducia nel sapere scientifico…

A ben vedere, la società ha anche una straordinaria fame di scienza, di comprensione del suo funzionamento, delle sue conquiste. É confortante vedere come si siano moltiplicate le occasioni pubbliche di divulgazione della scienza con festival dedicati, sempre accompagnati da grande partecipazione. Ma manca il lievito, l’uso quotidiano e "strutturale" del sapere scientifico. Non vorrei che i successi di partecipazione cui accennavo fossero solo una "plastica rappresentazione" di una sempre maggiore polarizzazione di una minoranza attiva e interessata a fronte di una maggioranza "tecnicamente" ignorante.

Il caso Stamina è considerato uno dei più grossi fallimenti del sapere scientifico. Secondo Lei come è potuto nascere un tale cortocircuito di disinformazione?

Su quella vicenda, come saprà, sono stata correlatrice di un'indagine conoscitiva in Senato, conclusasi nel 2015, che ha prodotto una corposa relazione finale di 160 pagine Il documento riassume più di sette mesi di audizioni e analisi documentali, relative a una delle vicende a carattere medico sanitario più oscure degli ultimi decenni. Il preteso metodo Stamina ha finito con l’interessare ed investire della sua presunta efficacia l’intero apparato statuale, spaziando dal potere esecutivo a quello legislativo fino a quello giudiziario (in sede civile, amministrativa e penale), coinvolgendo la comunità scientifica nazionale ed internazionale, investendo con particolare intensità la sensibilità e l'emotività dei cittadini-spettatori e, soprattutto, generando enormi aspettative taumaturgiche in migliaia di malati e loro familiari. Tribunali, media, governo, il Parlamento (per poi correggersi, tardi, riconoscendo gli errori fatti) hanno sostenuto un "rito magico".

Cosa è emerso dal vostro documento finale sul caso Stamina?

In quella relazione, nelle osservazioni finali, all'unanimità osservammo come "grande attenzione debba essere profusa dalle Istituzioni sanitarie rispetto alle necessità di corrispondere in modo sempre scientificamente onesto, medicalmente obiettivo e socialmente utile alle aspettative di cura dei pazienti e delle loro famiglie". Anche se con l'attuale governance delle istituzioni sanitarie e le modifiche legislative occorse, un caso del genere non potrebbe più avere spazio, non bisogna mai abbassare la guardia, perché è molto facile che l'emotività – specie se veicolata e alimentata da mezzi di informazione irresponsabilmente sensazionalistici e fuorvianti – abbia la meglio sul metodo scientifico, impedendo di tenere nella giusta considerazione i fatti che la scienza ci mette a disposizione.

Con il nuovo Decreto vaccini si è resa obbligatoria la vaccinazione di bambine e bambini per l’iscrizione agli asili nido e alle scuole materne. Come giudica questo decreto?

Credo che la discussione di questi mesi, che ha accompagnato l'approvazione della legge, sia stata salutare nel convincere coloro che, poco informati, non vaccinavano per facilità piuttosto che per convinzione, ora investiti del tema e "costretti" a prendere "posizione". Credo che gli argomenti a favore di questa straordinaria conquista della medicina, che nei prossimi 10 anni salverà altre 25 milioni di persone, abbiano convinto, ancor prima che l'obbligo si manifestasse all'atto di iscrivere i propri figli a scuola. È però ancora troppo presto, a mio avviso, per valutarne gli effetti: è passato poco tempo dall'entrata in vigore della legge e non ci sono ancora dati sufficienti per un giudizio definitivo sull'intervento normativo, anche se alcuni primi sondaggi-campione sono incoraggianti circa l'aumento percentuale delle vaccinazioni.

Considera l’approvazione di questa legge un punto di arrivo importante per la salute pubblica?

Resto convinta, come dichiarai anche in Senato durante la discussione nel merito, che sia una delle più importanti leggi di sanità pubblica della legislatura e che migliorerà le prospettive di salute dei cittadini italiani, anche se sarebbe un errore considerarla un punto di arrivo. È invece un punto di partenza per riconquistare la fiducia delle persone su questo tema, imparando a informarle in maniera chiara e corretta, in modo che possano compiere scelte consapevoli in un ambito che tocca la salute e il benessere di tutti. Le modalità attraverso le quali si informano le persone pesano sull’accettazione delle prove che vengono presentate. La nostra storia evolutiva ha radicato nel nostro cervello dei forti pregiudizi che possono portare ad errate interpretazioni delle prove e dei rischi, a una incomprensione della differenza tra correlazione e causalità. Non vaccinare il proprio figlio temendo di esporlo ad un rischio immaginario porta a esporre non solo lui, ma anche i soggetti deboli che non possono vaccinarsi al rischio concreto di contrarre la malattia.  

Nel suo libro “Ogni Giorno. Tra scienza e politica” spiega come alcuni politici e scienziati non siano esenti da responsabilità nei confronti di questo sentimento antiscientifico. Quali sono le loro colpe? E qual è la strada da seguire per una corretta diffusione della cultura scientifica?

Da parte della politica, come spiegavo prima, ci sono due ordini di problemi: da un lato si tende a prendere in considerazione i fatti e i dati non prima di formarsi un'opinione, ma solo dopo, in maniera strumentale, per sostenere le proprie convinzioni preconcette; dall'altro sembra che, di fronte a questioni complesse su cui sarebbe importante legiferare in maniera informata, partendo dai dati sui fenomeni che si intendono regolari, si preferisca assecondare le paure istintive che molti cittadini provano di fronte a innovazioni a loro poco familiari (ma dalle quali trarrebbero grande giovamento), finendo per inserire divieti generalizzati a strade scientifiche innovative, anziché regolare la complessità. È senz'altro vero, dimostrato proprio dalla scienza, che i fatti e i dati, per quanto possano essere verificati e attendibili, non bastano da soli per convincere qualcuno a cambiare idea abbandonando i propri "bias cognitivi", ma proprio per questo lo scienziato dovrebbe essere in prima linea anche nell'elaborare modalità di comunicazione che tengano conto dei bias e aiutino a minimizzarne l'effetto. Inoltre, se come studiosi si tace, che sia per "quieto vivere" o, peggio, per non pregiudicare eventuali interessi e aspettative personali, o – infine – perché si vive il dibattito pubblico come un'attività estranea al proprio lavoro, l’uomo di scienza, di fronte a evidenti distorsioni del metodo scientifico o di fronte a procedure non trasparenti, non ci si può stupire se – quando si vede "costretto" a muoversi – lo fa con poca credibilità e efficacia.

Data pubblicazione 22/12/2017
Tag Scienze della vita