A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Bioplastiche preziose dagli scarti di casa. Intervista a Mauro Majone

Bioplastiche preziose dagli scarti di casa. Intervista a Mauro Majone

La componente organica che finisce nella pattumiera di casa e le acque di scarico delle abitazioni potrebbero avere un valore economico maggiore di quanto si possa immaginare. Se opportunamente trattati, infatti, questi “scarti” biologici sono in grado di generare bioplastiche, ovvero componenti chiave per la realizzazione di computer, smartphone e imballaggi. A raccontarlo è Mauro Majone, docente del Dipartimento di Chimica dell’Università Sapienza di Roma e coordinatore del progetto europeo RES URBIS (Resources from Urban Bio-waSte), finanziato con 3 milioni di euro dalla Commissione Europea nell’ambito di Horizon 2020.

Professor Majone, come nasce l’idea di questo progetto di ricerca?

Attualmente la frazione organica della nostra pattumiera di casa e le sostanze organiche contenute nelle acque di scarico delle fognature generano scarti che sono trattati in maniera completamente differente. Nei casi più virtuosi, in cui avviene una corretta raccolta differenziata, i rifiuti organici danno origine al compost oppure sono utilizzati per ricavare biogas, mentre le acque di scarico delle fognature sono trattate in impianti di depurazione. In questo quadro di partenza, la Commissione Europea ha emesso un bando di ricerca, nell’ambito della call sulla Circular Economy del programma Horizon 2020, che chiedeva ai partecipanti di mettere a punto tecnologie per trattare questi scarti provenienti dalle mura domestiche in maniera congiunta, ricavandone bioprodotti ad alto valore aggiunto.

Qual è stata la vostra risposta a questa richiesta avanzata dell’Europa?

La nostra risposta è il progetto RES URBIS, che ha l’obiettivo di verificare la possibilità di mettere insieme la componente organica proveniente da queste due “correnti” di scarti per produrre delle plastiche biodegradabili. Attraverso l’azione dei batteri in condizioni anaerobiche (in assenza di ossigeno ndr), infatti, è possibile scindere parte della sostanza organica prodotta nelle nostre abitazioni per ricavare composti organici semplici, da utilizzare per la realizzazione di un polimero biodegradabile: il poliidrossialcanoato. Questo polimero potrà rappresentare la base per la produzione di un’ampia serie di bioplastiche e biocomposti, che potranno essere utilizzati per produrre imballaggi o anche per realizzare beni più durevoli come computer e smartphone.

Questo polimero esiste già oggi sul mercato?

Una forma simile di questo polimero è già presente sul mercato a circa 5 euro al chilo, tuttavia è prodotto attraverso una filiera completamente differente, che utilizza la sostanza organica proveniente dalle coltivazioni: per ricavarlo si utilizza il glucosio che viene ricavato da piante coltivate a questo scopo. Il nostro obiettivo è quello di ricavare il poliidrossialcanoato da scarti organici che sono già disponibili e che oggi rappresentano un “costo” in termini economici e ambientali.

La Commissione Europea ha premiato la vostra idea con 3 milioni di euro. Come metterete in pratica i vostri obiettivi?

Il progetto RES URBIS è partito a gennaio 2017 e coinvolgerà 21 partner europei per un periodo di tre anni, durante i quali faremo dialogare tra loro settori completamente differenti, come quello della gestione dei rifiuti e dell’industria della plastica. Inoltre coinvolgeremo direttamente le pubbliche amministrazioni e sperimenteremo le soluzioni proposte in alcuni contesti territoriali specifici, rappresentati dalle città di Barcellona e Lisbona e dalle province di Trento e del Galles del Sud, nei pressi di Cardiff. Qui adatteremo le soluzioni innovative che stiamo studiando a ciascun contesto territoriale, con l’obiettivo di verificarne la fattibilità non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche da quello economico, organizzativo, sociale e ambientale.

 

Data pubblicazione 26/10/2017
Tag Chimica verde