A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

Bioeconomia: la nuova rivoluzione industriale. Intervista a Lucia Gardossi - 1a parte

Bioeconomia: la nuova rivoluzione industriale. Intervista a Lucia Gardossi - 1a parte

Utilizzare le risorse rinnovabili provenienti dal suolo, dai mari e dagli scarti agricoli o alimentari per produrre cibo, materiali ed energia in modo sostenibile, senza necessità di ricorrere a fonti fossili.

È questa la sfida lanciata dalla bioeconomia, il macrosettore che si pone come nuovo modello di sviluppo in grado di conciliare i temi di ambiente, società e crescita economica. A margine del convegno IFIB 2017, Lucia Gardossi dell’Università degli Studi di Trieste ci illustra le potenzialità offerte dalla bioeconomia e le opportunità che il nostro Paese deve saper cogliere per prendere parte a questa nuova “rivoluzione industriale”.

Professoressa, qual è l’impatto della bioeconomia a livello europeo e italiano?

La bioeconomia include settori che vanno dalla produzione primaria – come per esempio l’agricoltura e la pesca – fino all’energia e all’industria manifatturiera. L’unione di questi comparti significa per l’Europa circa 2.000 miliardi di fatturato all’anno, con 22 milioni di lavoratori e il 9% della forza lavoro. A livello italiano, l’intero settore ha raggiunto un giro d’affari di 250 miliardi di euro nel 2015, con circa 1,7 milioni di dipendenti. Un elemento molto importante è anche il fatto che la bioeconomia risulta fortemente legata ai territori e tende a valorizzare le risorse provenienti dalle aree rurali e periferiche. Favorire questa sinergia tra sistema rurale e sistema industriale italiano è essenziale per lo sviluppo del Paese, attraverso la leva dell’innovazione tecnologica data dalla chimica e dalle biotecnologie.

A proposito di chimica, l’Italia è stata da sempre uno dei Paesi leader a livello internazionale in questo campo. È così anche nel caso della chimica “verde”?

L’Italia ha da sempre una grande tradizione nel settore chimico, pensiamo al premio Nobel Giulio Natta. Anche oggi nella chimica dei prodotti biologici esprimiamo una leadership a livello mondiale con molti esempi virtuosi, come i prodotti MATER-BI della Novamont, che rappresentano i capostipiti delle plastiche rinnovabili con cui oggi si fanno i sacchetti della spesa biodegradabili e i prodotti in bioplastica per i catering. Le materie prime per la produzione delle bioplastiche derivano da fonti rinnovabili come le biomasse. Un esempio particolare è rappresentato da alcune piante di cardo – coltivate su terreni semiaridi marginali della Sardegna. Quindi la bioeconomia propone un nuovo concetto, quello di “bioraffineria”, che permette di ricavare prodotti ad alto valore aggiunto a partire da una risorsa rinnovabile non in competizione con l’agricoltura tradizionale, valorizzando anche il settore agricolo. Allo stesso tempo, la “filiera” produttiva generata della bioraffineria consente di sfruttare tutto il carbonio presente all’interno della biomassa, per ricavare composti chimici rinnovabili e sostenibili di natura diversa, come lubrificanti, cosmetici, mangimi per animali e così via.

Esistono altri tipi di “bioraffinerie” nel nostro Paese?

In Italia ne esistono ormai esempi e ci sono importanti progetti di riconversione di vecchi siti industriali in bioraffinerie per la produzione di prodotti biodegradabili da fonti rinnovabili. Oltre all’esempio della Novamont, potrei citare il primo stabilimento al mondo per la produzione su scala industriale di bioetanolo di seconda generazione a Crescentino, in provincia di Vercelli, oppure il primo impianto industriale per la produzione del butandiolo – un elemento chimico usato per produrre plastiche – a partire dalla fermentazione di zuccheri a Bottrighe, in provincia di Rovigo. Questi esempi mostrano come la chimica, spesso guardata con sospetto, rappresenti assieme alle biotecnologie uno dei terreni fertili dell’innovazione, a cui le nuove generazioni dovrebbero imparare a guardare per cogliere le migliori opportunità di successo.

È ottimistico pensare all’Italia come a un protagonista mondiale di questa nuova “rivoluzione industriale”?
Abbiamo le potenzialità tecnologiche e industriali, inoltre cominciano a prendere forma le prime visioni politiche, come dimostra la Strategia Italiana per la Bioeconomia, che viene vista come un importante documento di riferimento anche a livello europeo. Alla sua definizione ha partecipato anche il Cluster Tecnologico Nazionale SPRING (della rete dei Cluster Tecnologici Nazionali promossi dal MIUR ndr), che rappresenta il punto di raccordo essenziale italiano tra i vari attori della chimica verde, favorendo la transizione verso questa svolta innovativa della bioindustria italiana. L’Unione Europea si attende che gli investimenti nella ricerca si traducano in 130.000 nuovi posti di lavoro e 45 miliardi di euro di valore aggiunto per le attività produttive collegate alla bioeconomia. Investendo in ricerca, tecnologia e capitale umano avremo l’opportunità di giocare un ruolo da protagonisti in questa nuova rivoluzione.

L'intervista continua nella seconda parte, online nei prossimi giorni...

Data pubblicazione 10/10/2017
Tag Chimica verde , Fabbrica intelligente , Scienze fisiche e ingegneria