A cura di MIUR - Direzione Generale per il coordinamento la promozione e la valorizzazione della ricerca

A Oslo Researchitaly intervista Marina Vietri, Medaglia d’Oro del Re di Norvegia per la miglior tesi di dottorato del 2016

A Oslo Researchitaly intervista Marina Vietri, Medaglia d’Oro del Re di Norvegia per la miglior tesi di dottorato del 2016

Dal San Raffaele di Milano all’Istituto per la Ricerca sul Cancro dell’Ospedale Universitario di Oslo, dove la sua ricerca ha meritato la pubblicazione su Nature e – primo italiano a riceverla – la Medaglia d’Oro del Re di Norvegia per la miglior tesi di dottorato nell’ambito della Medicina dell’anno 2016. Lei è la giovane biologa Marina Vietri, piemontese doc, da qualche anno residente a Oslo con il marito svedese e una figlia, che proprio quest’anno inizia la scuola. L’abbiamo incontrata nella capitale norvegese, nel laboratorio coordinato dal professor Harald Stenmark in cui ha realizzato il suo sogno di diventare un ricercatore apprezzato a livello internazionale, per i suoi meriti.

Marina, perché Oslo?

L’idea era di fare un’esperienza all’estero di qualche mese per arricchire il curriculum per poi tornare al San Raffaele di Milano, dove mi trovavo bene nel mio gruppo di ricerca diretto dal professor Stefano Biffo. Mio marito è svedese e mi è venuto spontaneo cercare opportunità nei paesi del Nord Europa. Mi ha incuriosito il centro di ricerca sulle membrane cellulari diretto dal professor Harald Stenmark, lo ho contattato per una visita al laboratorio, ci siamo incontrati e il giorno dopo mi ha proposto di unirmi al gruppo.

Dunque tutto è iniziato con un contatto…

Esatto. Ha funzionato così con tutti i colleghi “stranieri” del gruppo e siamo in tanti, provenienti da 11 nazionalità differenti di tutto il mondo. È infatti un team di ricerca molto internazionale ed è questo che mi piace. Molti provengono dalla Germania, dall’Olanda, dall’Irlanda, ma anche da paesi più lontani come India, Cina, Singapore. Per quanto riguarda gli italiani, al momento siamo in tre in questo dipartimento.

Su cosa verte la tua ricerca?

Durante la mia esperienza al San Raffaele lavoravo sui ribosomi. Qui a Oslo sto studiando il ruolo del complesso di proteine ESCRT nell’ambito della proliferazione delle cellule tumorali. Sono delle proteine scoperte nel 2001 ma restano ancora poco conosciute. La nostra ricerca, pubblicata su Nature, mette in luce per la prima volta il ruolo delle ESCRT nella riparazione della membrana nucleare delle cellule. Una loro disfunzione può comportare danni a livello di DNA tipici delle cellule tumorali. Ora l’ipotesi emergente è se le ESCRT possano essere reclutate allo stesso modo con funzione riparativa anche dalle cellule tumorali, contribuendo alla loro proliferazione e all’instabilità genetica. È un’ipotesi in fase di studio. C’è molta attenzione sulla ricerca che stiamo conducendo, in quanto nuove scoperte in questo ambito potrebbero offrire nuovi potenziali bersagli terapeutici per la medicina oncologica.

Oltre ai tumori, lo studio delle ESCRT potrà contribuire a curare in futuro altre malattie?

Oltre all’ambito oncologico, la ricerca sul complesso proteico ESCRT può essere utile anche nel caso delle cosiddette laminopatie, come la malattia conosciuta come progeria, una malattia rara che causa invecchiamento precoce senza intaccare le funzioni mentali, che restano l’indicatore dell’età reale della persona. Da un punto di vista biologico, la progeria è dovuta a mutazioni di proteine importanti per la struttura delle membrane cellulari e sarebbe davvero interessante scoprire il ruolo delle ESCRT anche in queste malattie drammatiche per le persone che ne soffrono.

Hai pubblicato su Nature come “primo autore”: che emozione fa?

Un’emozione davvero incredibile. Tra l’altro il giorno in cui mi hanno comunicato l’accettazione del lavoro, è arrivata al nostro gruppo di ricerca un’altra comunicazione per la pubblicazione di un secondo lavoro, sempre con l’editore Nature Publishing Group, un evento rarissimo… Quel giorno c’era tutto il laboratorio in festa, perché ai due “paper” ha contribuito gran parte dei ricercatori del gruppo. Tutti hanno lavorato duro per arrivare a questo traguardo e abbiamo condiviso questa grande soddisfazione.

E, come non bastasse, appena dopo Nature, la Medaglia d’Oro del Re di Norvegia per la miglior tesi dell’anno in campo medico…

Non riesco ancora a crederci… In Norvegia questo Award è uno dei premi più ambiti e più difficili da ricevere. Ne conferiscono uno all’anno per settore di ricerca. Nella storia del nostro gruppo sono la terza a ricevere il premio. Pensa che potrò anche conferire personalmente con il Re a Palazzo.

E sei la prima italiana ad ottenere questo importante riconoscimento.

Sì.

Quali sono le differenze del fare ricerca in Italia e in Norvegia?

C’è da dire che in Italia ho avuto esperienze di prima classe, al San Raffaele di Milano, in un ambiente invidiabile. È al San Raffaele che ho formato le mie solide basi scientifiche. Oggi molti dei miei ex colleghi, come me sono all’estero, chi in Francia, chi nel Regno Unito, chi in Canada, chi negli Stati Uniti. In generale penso che cambiare paese, anche temporaneamente, sia molto positivo per la crescita personale di un ricercatore e il contributo alla comunità scientifica. Certo qui a Oslo ci sono più soldi per la ricerca e la vita del ricercatore è più facile. Qui è molto vantaggioso svolgere un dottorato di ricerca, che è considerato un lavoro a tutti gli effetti. Il ricercatore ha tutti i diritti di un lavoratore, come la maternità , la paternità, la disoccupazione. Insomma, nel pacchetto c’è tutto quello che serve e tutti lavorano in modo meno stressato. Il dottorato ha la durata di tre anni, poi puoi accedere a grant “ post-doc” di altri tre anni e in seguito grant per ricercatori della durata di quattro anni. In pratica, non esiste la figura di ricercatore a tempo indeterminato.

Come è finanziata la ricerca in Norvegia?

In linea generale, per quanto ho modo di vedere, principalmente dallo Stato, poi ci sono budget dei sistemi sanitari regionali, oltre ad associazioni che raccolgono fondi, inoltre si cerca di ottenere fondi ERC, che sono cospicui ma di difficile assegnazione, perché la competizione è altissima; infine partecipiamo ai bandi EMBO e Marie Curie. Ma, ripeto, per lo più i fondi per la ricerca sono norvegesi.

Torneresti in Italia?

Non per ora.

Che cosa dovrebbero proporti per tornare?

Prima di tutto un ambiente molto internazionale. Secondo me questa è una delle cose che mancano di più in Italia. L’Italia non è ancora attrattiva come Paese per i ricercatori stranieri. Questa è una cosa che mi mancherebbe molto. Così come non vorrei lavorare in un posto di soli norvegesi, non vorrei lavorare in un posto di soli italiani. È difficile ritornare alla monotonia di un sistema unico. Lavorare in un ambiente internazionale arricchisce. Nella ricerca bisogna muoversi sempre: non basta cambiare gruppo di ricerca, bisogna cambiare luogo. Prima o poi me ne andrò anche da Oslo, per non fossilizzarmi, ma quest’anno mia figlia nata in Norvegia inizia la scuola… Vedremo più in là…

vietrimozzoni_700

Data pubblicazione 02/09/2016
Tag Scienze della vita
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